Discorso del Presidente Emmanuel Macron sulla strategia di difesa e di dissuasione davanti agli stagisti del 27° corso dell’Ecole de Guerre (7 Febbraio2020) [fr]

Signore e Signori ministri,
Signore e Signori eletti,
Signor Capo di Stato Maggiore delle Forze Armate,
Signore e Signori ufficiali generali,
Signore e Signori alti ufficiali, uditori del Centre des Hautes Etudes Militaires e stagisti dell’Ecole de Guerre,
Signore e Signori,

È un vero piacere per me trovarmi oggi tra voi in questa prestigiosa Ecole de Guerre che ha formato tanti dei nostri capi militari.Retour ligne automatique
Per quanto possa sembrare strano, nessun capo di Stato è tornato qui dopo Charles de Gaulle. È d’altronde davanti ai vostri lontani predecessori, nei primi giorni della V° Repubblica, in un discorso rimasto famoso, che il generale de Gaulle aveva annunciato il 3 novembre 1959, ormai 60 anni fa, la creazione di quella che allora aveva chiamato la « forza d’urto ».

Il contesto strategico, ovviamente, è da allora profondamente evoluto e mi sembra importante condividere con voi, che nei prossimi anni sarete chiamati alle più alte cariche dei nostri eserciti, alcune riflessioni sui fondamentali della nostra strategia di difesa. Non occorre qui ricordare che «la guerra è la continuazione della politica con altri mezzi», come diceva un autore la cui lettura è raccomandata su questi banchi.

Quindi, per riprendere la vostra dialettica militare, vorrei procedere oggi con voi ad un’analisi di situazione, vale a dire l’analisi del mondo così com’è e non del mondo come vorremmo che fosse, prima di esporvi la mia idea di manovra come capo delle Forze Armate.

Lo stato del mondo, l’ho già descritto più volte così come lo vedo, e devo dire che condivido con lo scrittore Amin Maalouf la constatazione di un disordine del mondo e, lo cito: «l’inquietudine di un seguace della Luce, che la vede vacillare, indebolirsi e, in alcuni Paesi, sul punto di spegnersi».

L’ultimo decennio che abbiamo vissuto ha visto gli equilibri strategici, politici, economici, tecnologici, energetici e militari, largamente rimessi in discussione e vediamo di nuovo, oggi, spuntare quello che potrebbe nuocere alla pace acquisita dopo tanti drammi sul nostro continente. Retour ligne automatique
Mentre le sfide globali che il nostro pianeta deve affrontare dovrebbero esigere una ripresa di cooperazione e di solidarietà, ci troviamo di fronte ad una disintegrazione accelerata dell’ordinamento giuridico internazionale e delle istituzioni che organizzano le relazioni pacifiche tra Stati.

Questi fenomeni conmpromettono il quadro di sicurezza globale e influiscono, direttamente o indirettamente, sulla nostra strategia di difesa. I rischi, le minacce, sono aumentati e diversificati. I loro effetti si sono accelerati, si sono avvicinati a noi, fino a toccarci direttamente per alcuni.

Dopo la mia elezione, la lotta al terrorismo è stata la mia prima priorità. Lo sarà perché alcuni gruppi terroristici si sono dichiarati essi stessi nostri nemici. Il nemico è una minaccia concreta. Il califfato territoriale di Daech è stato poi distrutto, ma le reti e l’ideologia terrorista jihadista, alimentate con il terriccio degli Stati falliti, continuano a cercare falle nelle nostre società, materializzando l’esistenza di un continuum tra la difesa e la sicurezza.

Sarebbe tuttavia ingenuo e incoerente da parte nostra limitare l’insieme delle problematiche di difesa e di sicurezza a un’unica minaccia, per quanto grave essa sia.

In realtà, mentre noi e i nostri concittadini ci concentriamo giustamente sulla lotta al terrorismo, allo stesso tempo, il corso del mondo continua a cambiare sotto i nostri occhi. Ogni giorno ci troviamo di fronte alle conseguenze della globalizzazione, dirette o indirette, sulla nostra sovranità e sulla nostra sicurezza.

Il controllo delle risorse e dei flussi, sia materiali che immateriali, costituisce il fermento di nuove strategie di potenza. L’alto mare, gli spazi aerei ed eso-atmosferici, il digitale, questi spazi comuni che si intrecciano e rendono difficile la nostra comprensione delle sfide, diventano o ridiventano terreno di rapporti di forza e talvolta di confronto.

Per la loro dispersione geografica, la loro simultaneità, la loro complessità, queste evoluzioni ampliano de facto il campo e le modalità dei possibili confronti intergovernativi.

Sono i sintomi di un’epoca di profonde rotture che stiamo vivendo.
La prima rottura è strategica.
Si delinea una nuova gerarchia delle potenze, al prezzo di una concorrenza strategica globale, disinibita, portatrice per il futuro di rischi di incidenti e di escalation militare incontrollata. Sono in atto varie tendenze importanti e prevedibili.
• In primo luogo, la competizione globale tra gli Stati Uniti e la Cina è oggi un fatto strategico comprovato, che struttura e strutturerà d’ora in poi le relazioni internazionali.
• In secondo luogo, la stabilità strategica in Europa richiede più della comodità di una convergenza transatlantica acquisita con gli Stati Uniti. La nostra sicurezza dipende quindi dalla nostra capacità di investire in modo più autonomo nei confronti dei paesi vicini a Est come a Sud.
• Infine, il confine tra competizione e confronto, che ci permetteva di distinguere il tempo di pace dal tempo di crisi o di guerra, è oggi profondamente diluito. Lascia il posto a molteplici zone grigie in cui, con il pretesto di asimmetria o di ibridità, si svolgono azioni di influenza, di fastidio o di intimidazione, che potrebbero degenerare.

Queste tendenze pesanti non possono essere ignorate da noi stessi, da tutti gli europei, mentre altre potenze sono impegnate in programmi di riarmo, anche nucleare, e questi ultimi anni sono stati caratterizzati da un’accelerazione di questi programmi.

In questo campo, la multipolarità nucleare attuale non ha nulla di paragonabile alla logica che prevaleva durante la guerra fredda. Contrariamente alla Francia e ai suoi alleati, alcuni Stati optano consapevolmente per posizioni nucleari opache, se non addirittura aggressive, che includono una dimensione di ricatto o di ricerca del fatto compiuto. Gli equilibri dissuasivi tra le potenze sono così diventati più instabili.

Con la proliferazione dei missili dalle tecnologie più avanzate, ci troviamo anche di fronte a una situazione inedita in cui le potenze regionali sono, o saranno, in grado di colpire direttamente il territorio europeo.

Infine, il tabù dell’uso delle armi chimiche è stato più volte infranto in Siria, Malesia e persino in Europa.

È evidente che questa rottura strategica renderà ancora più esigenti le condizioni dei nostri futuri impegni militari. In particolare, quando saranno assunte per scoraggiare potenziali aggressori o per aumentare il costo delle loro azioni, i nostri eserciti dovranno far fronte a un sensibile irrigidimento del loro ambiente operativo.

La seconda rottura è di ordine politico e giuridico, di cui parlavo poc’anzi nella mia introduzione: la crisi del multilateralismo e il regresso del diritto di fronte ai rapporti di forza.

L’idea stessa di un ordine multilaterale fondato sul diritto, in cui il ricorso alla forza è regolamentato, in cui gli impegni sono rispettati, in cui i diritti creano obblighi che si applicano a tutti, è oggi profondamente rimessa in discussione.

Questa decostruzione delle norme internazionali si inserisce in una logica assunta di competizione, in cui prevarrebbe solo la legge del più forte, la realtà del rapporto di forze. I più cinici arrivano persino a mettersi a mettersi all’azione nella legalità e in un attaccamento di facciata all’ordine internazionale, per meglio violarli impunemente.

Questi atteggiamenti sollevano ovviamente questioni fondamentali per le nostre democrazie. Possiamo essere gli unici ad accettare di rispettare le regole del gioco, i soli la cui firma sugli impegni internazionali avrebbe ancora un valore? Sarebbe diventata oggi una colpevole ingenuità?

La realtà è che queste sfide restano essenziali per la stragrande maggioranza degli Stati membri delle Nazioni Unite, per i quali il diritto è protettivo e stabilizzatore e che aspirano ad un ordine internazionale che rafforzi la sicurezza e la pace.

Nessun popolo può trovare il suo interesse nell’indebolimento del carattere universale dei Diritti dell’Uomo. Nessun popolo può trovare il proprio interesse a rimettere in discussione l’autorità del diritto internazionale umanitario, quella dei vari regimi di non proliferazione, o della convenzione sul diritto del mare o ancora del trattato sullo spazio.

L’Europa stessa è direttamente esposta alle conseguenze di questa decostruzione. Osserviamo la situazione attuale: dall’inizio degli anni 2000, è in effetti l’insieme dell’architettura di sicurezza in Europa, difficilmente costruita dopo il 1945 durante la guerra fredda, che si è trovata progressivamente incrinata e poi volutamente decostruita mattone per mattone. Dopo il blocco dei negoziati sugli armamenti convenzionali, la fine, nel 2019, del trattato sulle forze nucleari intermedie è il simbolo di questa disintegrazione.

Gli europei devono oggi collettivamente rendersi conto che, in mancanza di un quadro giuridico, potrebbero presto trovarsi esposti alla ripresa di una corsa agli armamenti convenzionali, se non addirittura nucleari, sul loro territorio. Non possono limitarsi al ruolo di spettatori. Ridiventare il terreno del confronto delle potenze nucleari non europee non sarebbe accettabile. In ogni caso, non lo accetto.

Infine, la terza rottura è tecnologica.

La tecnologia è infatti al tempo stesso una posta in gioco, un perturbatore e un arbitro degli equilibri strategici. L’implementazione del 5G, il cloud per la memorizzazione dei dati e i sistemi operativi sono oggi infrastrutture strategiche nel mondo contemporaneo. Negli ultimi anni abbiamo spesso ritenuto che si trattasse di soluzioni commerciali, di semplici argomenti industriali o commerciali, mentre stiamo parlando di infrastrutture strategiche per le nostre economie, ovviamente, e per i nostri eserciti.

L’emergere di nuove tecnologie, come l’intelligenza artificiale, le applicazioni della fisica quantistica o la biologia di sintesi, è portatore di numerose opportunità, ma anche fonte di future instabilità.

Portatore di innovazioni senza limiti, il digitale innerva tutti gli ambienti fisici. Diventato esso stesso un campo di confronto a pieno titolo, la sua padronanza esacerba le rivalità tra potenze, che vi vedono un mezzo per acquisire la superiorità strategica. Offre inoltre nuove possibilità di sorveglianza di massa delle popolazioni, di esercizio di un autoritarismo digitale.

In un momento di crisi, queste rotture tecnologiche metteranno in maggiore tensione le nostre capacità di analisi, di decisione, tirate tra completezza, veridicità e reattività. In questo senso, aumentano i rischi di sbandamento e chiedono l’introduzione di meccanismi di decongestionamento robusti e trasparenti.

Come vedete, le grandi rotture di questo mondo ci obbligano a pensare senza tabù quali potrebbero essere le guerre di domani, essendo ben consapevoli che in questo inizio del XXI secolo «né gli uomini né gli Stati hanno detto addio alle armi» per riprendere le parole di Raymond Aron.

In primo luogo, vi sono conflitti interstatali in cui paesi terzi, agendo a sostegno delle diverse parti in causa, possono trovarsi faccia a faccia. È quanto avviene oggi in Libia, in Iraq o in Siria. L’operazione Hamilton condotta con gli Stati Uniti e il Regno Unito nel 2018 per sanzionare l’uso proibito di armi chimiche da parte del regime siriano, ha illustrato in concreto, questa maggiore interconnessione, questi rischi di escalation e la necessità di canali permanenti di dialogo per limitarli.

Vi è anche il moltiplicarsi delle zone di attrito tra potenze, quando sono impegnate in attività di dimostrazione, talvolta al limite della prova di forza. È il caso in mare in diverse zone controverse, dal Mediterraneo ai mari della Cina, passando per il Golfo arabo-persico. È il caso della terra, quando vi si svolgono massicce esercitazioni senza preavviso. È il caso sott’acqua, ma anche nell’aria che vede il ritorno dei bombardieri strategici che testano le difese aeree. Lo spazio, infine, è diventato a sua volta un mezzo di confronto, più o meno visibile, ma del tutto reale e, nello spazio digitale, in modo sempre più chiaro.

L’escalation dell’inizio di gennaio in Iraq dimostra bene a questo proposito che queste varie situazioni «al contatto» possono in qualsiasi momento sfociare in una crisi aperta tra Stati che sembrano aver dimenticato la ragione del « mai più la guerra! » per un ipotetico «perché non la guerra? ».

Oggi, i teatri di crisi nel Levante e in Libia sono anche, a causa di questi fenomeni che ho appena descritto, una vera e propria prova per la coesione del P5, di cui mi auguro che possa riunirsi al vertice e dimostrare la sua capacità di assumere pienamente il suo mandato per il mantenimento della pace e della sicurezza internazionale, ma anche un banco di prova per la solidarietà dell’Alleanza atlantica. È per questo che ho avuto parole dure, che sono suonate come un risveglio, e che abbiamo potuto così, dopo il Vertice dello scorso dicembre, avviare una revisione strategica della NATO, che voglio ambiziosa e operativa.

Come ogni volta che ci troviamo di fronte a sfide storiche, la nostra risposta deve essere la stessa: l’audacia e l’ambizione rinnovata. Dobbiamo assumerci le nostre responsabilità.

La scelta che ci si pone è infatti quella di una ripresa in mano del nostro destino o quella, rinunciando a qualsiasi strategia propria, di un allineamento su una qualsiasi potenza. Ecco perché è necessario un sussulto e la rifondazione dell’ordine mondiale al servizio della pace deve essere la nostra rotta. La Francia e l’Europa hanno un ruolo storico da svolgere.

Signore e Signori,

Tutta la nostra azione deve essere al servizio di un’ambizione, quella della pace, che trae vantaggio da un multilateralismo forte ed efficace fondato sul diritto.

In fondo, a mio parere, questa strategia poggia su quattro pilastri: la promozione del multilateralismo funzionante, lo sviluppo di partenariati strategici, la ricerca dell’autonomia europea e la sovranità nazionale. Questi quattro elementi formano un tutto unico, che conferisce coerenza globale e significato profondo alla nostra strategia di difesa.

Innanzi tutto, come dicevo, abbiamo bisogno di un multilateralismo che funzioni. È attraverso il multilateralismo che risponderemo collettivamente ai problemi che si impongono a tutti.

La Francia non minaccia nessuno. Vuole la pace, una pace solida, una pace duratura. Non ha da nessuna parte delle mire espansionistiche. La sua sicurezza e quella dell’Europa presuppongono che i rapporti internazionali rimangano disciplinati dal diritto, un diritto accettato e rispettato da tutti.

A questo proposito, ci aspettiamo che i grandi partner dell’Europa si adoperino per preservare e rafforzare il diritto internazionale, e non per indebolirlo. Trasparenza, fiducia, reciprocità sono la base della sicurezza collettiva.

Poiché la stabilità strategica, che passa attraverso la ricerca dell’equilibrio delle forze al più basso livello possibile, non è più garantita. Dietro la crisi dei grandi strumenti di controllo degli armamenti e di disarmo, sono in gioco la sicurezza della Francia e dell’Europa.

Questo dibattito cruciale non deve svolgersi al di sopra della testa degli europei, in una relazione diretta ed esclusiva tra Stati Uniti, Russia e Cina. E vedo che è la tentazione di alcuni, a volte dei principali interessati.

Per gli europei, un multilateralismo ripensato, al servizio della sicurezza collettiva, conforme ai nostri principi fondatori, deve articolare due esigenze, che non sono contraddittorie se vogliamo garantire la pace: quella, da un lato, della promozione di un’agenda internazionale rinnovata per il controllo degli armamenti e, dall’altro, di un reale investimento europeo in materia di difesa.

Queste esigenze derivano direttamente dall’ambizione di sovranità e di libertà d’azione che sento per l’Europa sin dalla mia elezione. È la contropartita di una relazione transatlantica riequilibrata, di un’alleanza in cui gli europei sono partner credibili, efficaci. Gli europei devono potersi proteggere insieme. Devono poter decidere e agire da soli quando necessario. Devono farlo non dimenticando mai ciò che la storia ha insegnato loro: la democrazia e il diritto senza la forza non durano a lungo! Essi devono infine utilizzare in maniera corrente i meccanismi che assicurano la loro solidarietà.

Per questo motivo sono convinto che gli europei debbano prima di tutto definire insieme quali sono i loro interessi di sicurezza e decidere sovranamente che cosa è bene per l’Europa.

In questo modo, non può esistere un progetto di difesa e di sicurezza dei cittadini europei senza una visione politica che cerchi di favorire la ricostruzione progressiva della fiducia con la Russia. Questo progetto lo conduco con impegno. Mi aspetto che la Russia sia un attore costruttivo della nostra sicurezza comune. Ma non possiamo accontentarci della situazione attuale, in cui il divario aumenta, il dialogo si impoverisce, mentre si moltiplicano le sfide di sicurezza da affrontare con Mosca.

L’obiettivo principale - ci sono ritornato più volte - del mio approccio nei confronti della Russia è il miglioramento delle condizioni della sicurezza collettiva e della stabilità dell’Europa. Questo processo durerà diversi anni. Richiederà pazienza ed esigenza, e sarà portato avanti con i nostri partner europei. Ma non abbiamo alcun interesse a delegare tale dialogo o a chiuderci nella situazione attuale.

In questo quadro, gli europei devono anche poter proporre insieme un’agenda internazionale per il controllo degli armamenti. In effetti, ne parlavo poc’anzi, la fine del trattato sulle forze nucleari intermedie, le incertezze sul futuro del trattato New Start, la crisi del regime di controllo delle armi convenzionali in Europa lascia intravedere, entro il 2021, la possibilità di una pura competizione militare e nucleare, senza vincoli, come non ne abbiamo mai conosciuto più dalla fine degli anni 1960. Non descrivo qui un impossibile o un futuro lontano. Semplicemente ciò che si sta facendo da diversi anni sotto i nostri occhi. Gli europei devono nuovamente comprendere le dinamiche di escalation e cercare di prevenirle o impedirle con norme chiare e verificabili. Perché il diritto deve servire la nostra sicurezza, cercando di costringere e limitare le armi e i comportamenti più destabilizzanti di potenziali avversari.

Su questo punto occorre una posizione chiara dell’Europa, che tenga conto sia dell’evoluzione degli armamenti contemporanei, in particolare russi, che potrebbero incidere sul nostro suolo, sia degli interessi degli europei – di tutti gli europei, anche al Nord e al Centro dell’Europa. Va detto che i Trattati, anche se in vigore fino a qualche anno fa, non proteggevano più alcuni dei nostri partner.

Le priorità del disarmo vanno infine riviste. Per troppo tempo gli europei hanno pensato che bastasse dare l’esempio e che, disarmandosi, gli altri Stati ci avrebbero seguito. Non è vero! Il disarmo non può essere di per sé un obiettivo: deve prima di tutto migliorare le condizioni della sicurezza internazionale.

Su questi temi, la Francia mobiliterà i partner europei più interessati per porre le basi di una strategia internazionale comune che potremo proporre in tutte le sedi in cui l’Europa è attiva.

E la Francia, potenza nucleare riconosciuta dal Trattato di Non Proliferazione, membro permanente del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite, si assumerà le proprie responsabilità, in particolare in materia di disarmo nucleare, come ha sempre fatto.

Nella ricerca della pace, la Francia è attaccata alla logica di un disarmo che serva la sicurezza e la stabilità mondiale. E, a questo proposito, ha un bilancio unico al mondo, conforme alle sue responsabilità e ai suoi interessi, avendo smantellato in modo irreversibile la sua componente nucleare terrestre, i suoi impianti di sperimentazione nucleare, i suoi impianti di produzione di materie fissili per le armi, e riduce la dimensione del suo arsenale, oggi inferiore a 300 armi nucleari. Tutte queste decisioni sono coerenti con il nostro rifiuto di qualsiasi corsa agli armamenti e con il mantenimento del formato del nostro deterrente nucleare ad un livello di stretta sufficienza.

Questo bilancio esemplare dà alla Francia la legittimità per reclamare alle altre potenze nucleari gesti concreti in direzione di un disarmo globale, progressivo, credibile e verificabile.

In materia di disarmo nucleare, invito tutti gli Stati a unirsi a noi in un’agenda semplice, in applicazione dell’articolo VI del TNP, intorno a quattro punti che conosciamo:

(i) Il rigoroso rispetto della norma centrale costituita dal trattato di non proliferazione nucleare e la preservazione del suo primato in occasione del suo 50º anniversario nel 2020. Il TNP è il trattato più universale al mondo. È l’unico trattato che permette di prevenire la guerra nucleare, pur apportando a ciascuno i benefici degli usi pacifici dell’energia nucleare.
(ii) L’avvio alla Conferenza del disarmo della negoziazione di un trattato di divieto della produzione di materie fissili per le armi, nonché la conservazione e l’universalizzazione del trattato di interdizione completa degli esperimenti nucleari. Noi ci siamo impegnati in tal senso.
(iii) Il proseguimento dei lavori sulla verifica del disarmo nucleare, che portiamo in particolare con la Germania, perché qualsiasi accordo di disarmo non è nulla se non può essere verificato in modo solido.
(iv) Infine, l’avvio di lavori concreti per la riduzione dei rischi strategici, poiché l’escalation non controllata di un conflitto locale in guerra importante è uno degli scenari più preoccupanti oggi, che una serie di misure semplici e di buon senso potrebbe efficacemente scongiurare.

Intendo peraltro gli appelli alla «trilateralizzazione» o alla multilateralizzazione degli accordi di controllo o di riduzione degli arsenali nucleari.

I trattati bilaterali russo-americani corrispondono ad una storia – quella della guerra fredda - ma anche ad una realtà sempre attuale, quella delle dimensioni considerevoli degli arsenali ancora detenuti da Mosca e Washington, Non ha eguali con quelli degli altri Stati dotati di armi nucleari. A questo proposito, è essenziale che il trattato New Start sia prorogato oltre il 2021.

Ma dopo il crollo del trattato FNI, la Francia auspica, da parte sua, che siano avviate discussioni allargate, nelle quali l’Europa deve far sentire la sua voce e assicurarsi che i suoi interessi siano presi in considerazione in un negoziato su un nuovo strumento in grado di assicurare la stabilità strategica nel nostro continente. Siamo chiari: se sono possibili un negoziato e un trattato più ampio, noi li auspichiamo. Se qualcuno lo blocca, non possiamo fermarci. E gli europei devono essere parti interessate e firmatari del prossimo Trattato, perché si tratta della nostra terra e di una discussione che non deve passare sopra le nostre teste.

La Francia, nell’ambito delle proprie responsabilità, è altresì disposta a partecipare a discussioni che riunirebbero i cinque Stati dotati di armi nucleari ai sensi del TNP sulle priorità del disarmo nucleare, il rafforzamento della fiducia e della trasparenza sugli arsenali e sulle strategie nucleari di ciascuno. La discussione dovrà mirare a rafforzare la stabilità tra gli Stati dotati e a ridurre i rischi di escalation involontaria in caso di conflitto.

Questa ambizione della Francia, potenza d’equilibrio, al servizio della pace e della sicurezza, non può peraltro essere realizzata senza una fitta rete di amicizie, di partenariati strategici e di alleanze, e una capacità diplomatica globale, perché le nostre responsabilità e i nostri interessi di sicurezza sono globali. È per me il secondo pilastro, di cui parlavo poc’anzi, sul quale voglio ritornare rapidamente.

La Francia sì, è inserita in una rete di relazioni derivanti dalla storia e dalla geografia. In tale ambito, essa continuerà a sviluppare e approfondire partenariati strategici in tutti i continenti.

Essa prende del resto oggi la sua parte in tutte le grandi coalizioni nel Levante come in Africa. Ma negli ultimi anni abbiamo anche costruito nuove strutture regionali. Nel Sahel, lotta con determinazione contro il terrorismo grazie all’operazione Barkhane con i suoi partner internazionali e africani del G5. Il vertice di Pau il 13 gennaio scorso ha permesso di chiarire il quadro delle nostre operazioni e di confermare l’impegno di ciascuno. È per questo che ho deciso di inviare 600 soldati supplementari per rafforzare l’impegno della Francia al servizio della pace e della sicurezza in questa regione. È una vera coalizione che abbiamo costruito a Pau, la cui armatura è la forza Barkhane e la partnership con il G5 Sahel. Ma stiamo gradualmente impegnando le potenze amiche per la sicurezza collettiva della regione. Siamo al centro di questa nuova coalizione. È strategica per l’Africa, come per la nostra sicurezza.

Potenza rivierasca dell’Indo-Pacifico, la Francia mantiene anche legami privilegiati con l’Australia, l’India e il Giappone per preservare le sovranità e la libertà di navigazione in questo spazio geografico. Essa fa vivere quotidianamente le sue cooperazioni di difesa, la sua solidarietà con i partner del golfo arabo-persico, mediterranei o del sud-est asiatico. Questo asse Indo-Pacifico, che abbiamo posto negli ultimi due anni, spiegato, sviluppato, consacra la nostra geografia, la realtà di molteplici impegni militari che assumiamo da diversi anni, esercitazioni inedite che conduciamo nella regione, ma anche una lettura del mondo che dobbiamo avere. Siamo anche una potenza Indo-Pacifico, con cittadini, basi, interessi. La nostra capacità di garantire tale libertà nella regione, di difendere i nostri interessi, di proteggere i grandi assi energetici e tecnologici passa anche attraverso questo nuovo asse e queste nuove cooperazioni.

È evidente che, al centro di questa rete mondiale, tutti i nostri partner europei e i nostri alleati nordamericani hanno un posto del tutto particolare sul quale tornerò. Infine, quando parlo delle sue alleanze e dei suoi partenariati strategici, voglio sottolineare la nostra responsabilità nel quadro comune che è il nostro, quello delle Nazioni Unite, e il ruolo fondamentale delle operazioni di mantenimento della Pace.

Il terzo pilastro della nostra strategia, a complemento del controllo degli armamenti e delle reti di alleanze, di partenariati e di relazioni diplomatiche, è l’insieme delle ambizioni concrete che vogliamo dare alla politica di sicurezza e di difesa dell’Europa.

Per molto tempo ancora l’Europa, in materia di difesa, potrà trarre la sua forza soltanto dagli eserciti nazionali. È una certezza e il risanamento dei bilanci e delle capacità di questi eserciti nazionali deve essere la priorità.

Abbiamo invece iniziato, tra europei, a elaborare concretamente gli strumenti che ci permettono di far emergere una coscienza comune, di difendere interessi condivisi, e di agire in maniera autonoma e solidale ogni volta che sarà necessario. Questa è la via della costruzione di una libertà d’azione europea che completa e rafforza le sovranità nazionali.

A questo proposito occorre dissipare un malinteso: la questione per gli europei non è se debbano difendersi con o senza Washington, né se la sicurezza degli Stati Uniti si giochi in Asia o nel nostro continente. La Francia partecipa naturalmente alla comunità delle nazioni alleate che si affacciano sull’Oceano Atlantico, di cui condivide i valori, i principi e gli ideali. È fedele ai suoi impegni nell’Alleanza atlantica, che da 70 anni assicura la stabilità e la sicurezza collettiva dei suoi membri e dell’Europa. E a questo titolo, a volte sento molto rumore. Ma preferisco guardare i fatti: la Francia è un attore militare credibile, che è presente in combattimento sul campo e che paga il prezzo del sangue. Lo ha dimostrato recentemente nel Sahel, ancora una volta. La Francia è un alleato affidabile e solidale, anche nei colpi duri. Lo ha dimostrato ancora recentemente in Siria e in Iraq. La Francia, infine, è convinta che la sicurezza a lungo termine dell’Europa passi attraverso un’alleanza forte con gli Stati Uniti. L’ho ripetuto al vertice della NATO a Londra, e la Francia ne fa ogni giorno l’esperienza nelle sue operazioni.

Ma la nostra sicurezza passa inevitabilmente anche attraverso una maggiore capacità di azione autonoma degli europei. Che dirlo, accettarlo, portarlo susciti tante reazioni, tanti dubbi, mi sorprende davvero. Per riprendere le parole del generale de Gaulle, «nessuna alleanza può essere dissociata dallo sforzo intrapreso da ciascuno dei suoi membri, per suo conto, a proprie spese e in funzione degli interessi che gli sono propri».

Sì, le vere domande per gli europei sono, in fondo, le domande che devono rivolgere a se stessi, piuttosto che agli americani: perché hanno ridotto così tanto il loro sforzo difensivo dagli anni ’90? Perché non sono più disposti a iscrivere la difesa tra le loro priorità di bilancio e a fare per questo i sacrifici necessari, quando i rischi si accumulano? Perché discutiamo oggi in modo così complesso degli importi da stanziare per il Fondo europeo di difesa che abbiamo appena creato, perché si tratta di una questione secondaria, di cui altri dovrebbero occuparsi al nostro posto? Perché esistono tali differenze tra i bilanci e le capacità di difesa degli Stati europei, quando le minacce cui siamo esposti sono ampiamente comuni?

Tutte queste domande sono domande che dobbiamo porre a noi europei. L’Europa deve mettersi in condizione di garantire una maggiore sicurezza e di agire nei paesi vicini. Questo obiettivo di azione autonoma, l’Unione europea se lo è, d’altronde, già fissato a se stessa. Immaginate, era al Consiglio europeo di Colonia, 1999! Oggi, come vent’anni fa, è perfettamente compatibile con l’auspicio che gli europei s’impegnino nuovamente e siano più credibili ed efficaci nella NATO. Tale riequilibrio è peraltro auspicato dagli Stati Uniti.

Ecco perché oggi gli europei devono assumersi maggiormente questa Europa della difesa, questo pilastro europeo in seno alla NATO. E lo ammetto pienamente, senza animo! Lo dico molto chiaramente: ritengo che una delle mie responsabilità sia che non rimanga lettera morta, com’è accaduto dopo il 1999. La NATO e l’Europa della difesa sono i due pilastri della sicurezza collettiva europea: accettiamolo! Guardiamo in faccia la realtà, sentiamo gli Stati Uniti d’America che ci dicono: «Spendete di più per la vostra sicurezza, nel tempo non sarò più il vostro garante di ultima istanza, il vostro protettore.» Accettiamo le nostre responsabilità, finalmente!

Ma la libertà d’azione europea, la difesa e la sicurezza dell’Europa non possono fondarsi solo su un approccio militare.

Per costruire l’Europa di domani, le nostre norme non possono essere sotto il controllo americano, le nostre infrastrutture, i nostri porti e aeroporti con capitali cinesi e le nostre reti digitali sotto la pressione russa.

A livello europeo, dobbiamo controllare le nostre infrastrutture marittime, energetiche e digitali. Anche in questo caso ci siamo sbagliati di grosso. Abbiamo finito per pensare, negli anni 90 e 2000, che l’Europa era diventata un grande mercato, confortevole, teatro di influenza e di predazione a tutto campo. Ci siamo anche abbandonati tra europei, spingendo tanti paesi del Sud della nostra Unione europea, a lasciare che gli investitoriRetour ligne automatique
Quello che non sapevamo comprare, quello che spingevamo a privatizzare, anche se queste infrastrutture erano strategiche.

Funesto errore! Dobbiamo ritrovare per queste infrastrutture strategiche, a livello europeo, una vera politica di sovranità!

È il caso delle infrastrutture 5G, il cloud, decisivo per la memorizzazione dei dati, i sistemi operativi, le reti di cavi sottomarini, i sistemi nevralgici della nostra economia globalizzata. Dobbiamo anche padroneggiare a livello europeo il nostro accesso allo spazio e decidere noi stessi gli standard che s’impongono alle nostre imprese.

Questa politica di standard, questa politica d’infrastrutture strategiche, è essenziale. E lo è per la nostra sicurezza collettiva, la nostra capacità di agire. Viviamo nel mondo dell’interoperabilità, con apparecchiature sempre più digitalizzate. Spendere quello che spendiamo per avere attrezzature perfette e lasciare le infrastrutture di collegamento, con i nostri equipaggiamenti e i nostri paesi, ad altri, senza garanzie, sarebbe quantomeno molto ingenuo. Mi permetto di dissentire.

La libertà d’azione europea passa attraverso questa sovranità economica e digitale. Gli interessi europei, che solo essi sono in grado di definire, devono essere ascoltati. Spetta all’Europa definire il quadro normativo, poiché si tratta al tempo stesso di proteggere le libertà individuali, i dati economici delle nostre imprese, al centro della nostra sovranità, e la nostra concreta capacità operativa di agire anche in maniera autonoma.

Dobbiamo anche rafforzare l’indipendenza tecnologica dell’Europa e la sua capacità di anticipare le prossime rotture strategiche. Ciò richiede una base industriale di difesa autonoma e competitiva, uno sforzo deciso e massiccio di innovazione, la padronanza delle nostre tecnologie di sicurezza e il controllo delle nostre esportazioni di difesa.

Tutto questo presuppone oggi una ridefinizione dell’approccio europeo, di questi approcci economici e di bilancio affinché tutti ne traggano le conseguenze. Non siamo più nel mondo degli anni ’90!

Il buon utilizzo di questi strumenti di sovranità comune richiede, innanzi tutto, investimenti, una politica industriale, standard di sovranità, molto più forti e ambiziosi, ma anche la costruzione di una cultura strategica condivisa, perché la nostra incapacità di pensare insieme i nostri interessi sovrani e di agire insieme in modo convincente mette ogni giorno in discussione la nostra credibilità di europei. Offre alle altre potenze la possibilità di dividerci, di indebolirci.

La costruzione di questa cultura strategica europea condivisa è ciò cui si adopera la Francia, sulla base degli importanti progressi compiuti da poco più di due anni e che rendono, credo, fin d’ora più tangibile la visione definita nel 1999: il Fondo europeo di difesa, la cooperazione rafforzata, ma anche l’Iniziativa europea d’intervento che abbiamo proposto, voluta e che si sta realizzando.

Signore e Signori,

Affinché la Francia sia all’altezza della sua ambizione europea, all’altezza anche della sua storia, essa deve restare sovrana o decidere essa stessa, senza subirli, i trasferimenti di sovranità che è disposta a permettere, come pure le cooperazioni vincolanti nelle quali essa si impegna. E questo è il quarto pilastro della strategia che voglio per il nostro paese: una vera sovranità francese.

Questa volontà di sovranità nazionale non è affatto incompatibile con la nostra volontà di sviluppare le capacità europee, direi che ne è un prerequisito indispensabile. Collaboriamo meglio quando possiamo decidere autonomamente di collaborare.

Fondamento di ogni comunità politica, la difesa è al centro della nostra sovranità.

La nostra strategia di difesa si definisce quindi, prima di tutto, nella sua capacità di proteggere i nostri concittadini, di contribuire alla sicurezza e alla pace dell’Europa e dei suoi approcci.

Ma non si limita a questo. Deve anche darci la capacità di difendere i nostri interessi sovrani ovunque nel mondo, coerentemente con la nostra geografia dei territori d’oltremare e con la densità dei nostri partenariati strategici. Deve consentirci di assumere le nostre responsabilità nel mantenimento della pace e della sicurezza internazionale. Deve metterci al riparo da un ricatto, preservando così la nostra autonomia decisionale. Deve permetterci di mantenere il nostro rango e la nostra influenza tra le Nazioni. Deve, insomma, garantirci il controllo del nostro destino.

All’indomani della guerra fredda, una visione idealistica accreditò l’idea che il mondo era diventato meno pericoloso e portò a ridurre progressivamente la parte della nostra ricchezza nazionale consacrata alla difesa. Era l’epoca dei dividendi della Pace.

Questa scelta, questa riorganizzazione delle priorità di bilancio, poteva sembrare giustificata, mentre erano stati accumulati arsenali considerevoli da una parte e dall’altra della cortina di ferro. Forse il grande errore è stato, solo in Europa, prolungare questa scelta nel corso degli ultimi vent’anni, o addirittura accelerarla durante la crisi finanziaria, mentre altre potenze, grandi o regionali, hanno mantenuto o addirittura rafforzato i loro sforzi sulla propria difesa.

In fondo, gli ultimi dieci anni hanno portato a un profondo ritardo. Gli europei hanno continuato a ridurre, ridurre, ridurre, quando altri hanno cessato di farlo, o addirittura hanno reinvestito, accelerando i cambiamenti tecnologici, amplificando le loro capacità.

La composizione e le capacità dei nostri eserciti ne sono stati direttamente influenzati. Tuttavia, allo stesso tempo, questi ultimi sono stati sempre più sollecitati in operazioni regionali di gestione delle crisi, sempre più varie e più lontane. La necessità di dimensionare gli strumenti di difesa in funzione di sfide ben superiori, «di alto spettro», è stata spesso dimenticata.

Questo doppio effetto a forbice ha portato a un crescente divario tra il livello delle nostre capacità militari e la realtà dell’evoluzione dell’ambiente internazionale, come ho appena descritto.

Per questo motivo, al fine di arrestare la lenta erosione delle nostre capacità militari e di adeguarle a questo nuovo ambiente strategico, ho deciso di compiere uno sforzo di bilancio inedito nel settore della difesa. È uno sforzo importante e duraturo, lo ammetto pienamente dinanzi alla Nazione.

Ve lo ripeto molto chiaramente oggi. Sento, a volte, sono stupito di questo, dubbi, rimesse in discussione, desideri di revisione. Siamo chiari, i temi di cui stiamo parlando sono troppo strategici e importanti. Le parole pronunciate devono essere seguite da atti conformi in una determinata durata, perché stiamo parlando di programmi a lungo termine. Ciò su cui ho impegnato la nostra nazione sarà mantenuto con forza nel tempo. Nessuno perda energie nel cercare di rimetterlo in discussione.

Il bilancio è solo un indicatore dello sforzo compiuto. Per la difesa, come per gli altri settori dell’azione pubblica, non è in primo luogo il prisma di bilancio che deve guidarci. Perché questo sforzo non è nulla se non si pone al servizio di una visione strategica.
Ciò che deve guidarci è la realtà delle minacce di oggi e di domani per la Francia e i francesi, per l’Europa e per gli europei. Questo è il giusto equilibrio da mantenere tra la gestione degli eventi nel breve termine e considerazioni sul lungo periodo. È l’anticipazione delle minacce future e l’adattamento continuo alle nuove forme dei conflitti. Questo è ciò che vogliamo preservare a livello nazionale e ciò che scegliamo liberamente di fare in cooperazione con i nostri partner.

Per rispondere a queste esigenze, occorre alla Francia uno strumento di difesa completo, moderno, potente, equilibrato, attuato da eserciti reattivi e orientati al futuro.

Possiamo essere orgogliosi dei nostri eserciti. Il nostro strumento di difesa deve consentirci di affrontare tre grandi sfide:

• Si tratta innanzitutto, naturalmente, di proteggere i nostri concittadini, il nostro territorio, i suoi approcci aerei e marittimi, contro ogni tipo di minaccia e di aggressione. È il fondamento primario della nostra esistenza come nazione e l’essenza stessa della nostra sovranità.

Quest’obiettivo riunisce quotidianamente il soldato dell’operazione Sentinelle, la fregata di sorveglianza e la pattuglia di difesa aerea. Inoltre, nell’ambito della politica permanente di deterrenza, la veglia silenziosa degli equipaggi dei nostri SNLE e delle forze aeree strategiche garantisce ogni giorno la protezione del territorio e della popolazione e quella dei nostri interessi vitali.

Responsabile dinanzi alla Nazione della sicurezza del nostro paese e del suo futuro, ho la responsabilità di proteggere la Francia e i francesi da qualsiasi minaccia di origine statale contro i nostri interessi vitali, da qualunque parte provengano e in qualsiasi forma provengano.

Questa responsabilità, al centro della funzione presidenziale, la assumo ogni giorno con la massima determinazione. Si esercita attraverso la dissuasione nucleare. Questo esercizio della dissuasione, come pure la trasparenza e la fiducia che dobbiamo alla comunità internazionale, in quanto «Stato dotato» ai sensi del TNP – richiede una dottrina strettamente difensiva, chiara e prevedibile, di cui voglio qui ricordare i fondamenti principali.

Qualora un capo di Stato dovesse sottovalutare l’attaccamento viscerale della Francia alla sua libertà e decidesse di attaccare i nostri interessi vitali, qualsiasi essi siano, deve sapere che le nostre forze nucleari sono capaci di infliggere danni assolutamente inaccettabili ai suoi centri di potere, cioè ai suoi centri nevralgici, politici, economici, militari.

Le nostre forze nucleari sono state configurate per questo con la necessaria flessibilità e reattività. In caso di mancato rispetto della determinazione della Francia a preservare i suoi interessi vitali, un avvertimento nucleare, unico e non ripetibile, potrebbe essere consegnato a un aggressore statale per indicare chiaramente che il conflitto ha appena cambiato natura e ristabilire la dissuasione. In questo quadro, la Francia si basa quotidianamente sulle due componenti delle sue forze nucleari, che sono complementari. Ho preso e continuerò a prendere le decisioni necessarie per mantenere la loro credibilità operativa nel tempo, al livello di rigorosa sufficienza richiesto dal contesto internazionale.

• Il nostro territorio, come quello dell’Europa, non è isolato dal mondo. Questa è, ai miei occhi, la seconda sfida sulla quale volevo concentrarmi. In effetti, viviamo al ritmo delle crisi che scuotono il nostro ambiente diretto. Noi subiamo le conseguenze di queste crisi che turbano regioni o mari più lontani, resi sempre più vicini dai flussi economici e dagli scambi umani.

Per difendere i nostri interessi di sicurezza, dobbiamo quindi raccogliere la seconda sfida che rappresenta, da un lato, il fallimento degli Stati che lascia intere società in preda alla violenza e alle bande armate, e, dall’altro, il disordine che conquista gli spazi comuni, che siano oceanici, esotici o cibernetici.

Ecco perché, nel rispetto del diritto internazionale e delle nostre responsabilità di membro permanente del Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite, i nostri eserciti contribuiscono ogni giorno, con lo stazionamento delle nostre forze di presenza e delle nostre forze di sovranità oltre oceano cosi come con le nostre operazioni esterne, alla prevenzione delle crisi e alla stabilizzazione delle regioni in cui il caos avanza.

Ho anche auspicato che la Francia rafforzi le proprie capacità nei nuovi ambiti in cui avviene il confronto. Al di là dell’intelligence, della cyberdifesa, per la quale è in corso un investimento nel tempo, la difesa spaziale sarà rafforzata e riorganizzata all’interno di un nuovo comando spaziale collegato all’aeronautica. L’intelligenza artificiale è una delle priorità della nuova Agenzia per l’Innovazione della Difesa.

Campo d’espressione della rivalità strategica degli Stati, alcune crisi regionali rappresentano oggi altrettante ipotesi credibili, ma non esclusive, nelle quali potremmo, per la prima volta da molto tempo, dover raccogliere una terza sfida, quello di dover affrontare direttamente, in un’escalation non controllata, una potenza ostile, eventualmente dotata dell’arma nucleare o alleata con una potenza che possiede armi di distruzione di massa.

• Questa terza sfida è il risultato molto concreto delle trasformazioni della minaccia di cui parlavo prima.

La conquista territoriale, la destabilizzazione di uno dei nostri alleati o partner strategici, la rimessa in discussione di interi fondamenti del diritto internazionale non sono più soltanto scenari del passato. Domani potrebbero giustificare l’impegno con i nostri alleati delle nostre forze terrestri, navali o aeree in un conflitto importante per difendere la sicurezza collettiva, il rispetto del diritto internazionale e la pace.

A questo proposito, la nostra strategia di difesa è un insieme coerente: le forze convenzionali e le forze nucleari vi si affiancano costantemente. Dal momento che i nostri interessi vitali possono essere minacciati, la manovra militare convenzionale può iscriversi nell’esercizio della dissuasione. La disponibilità di forze convenzionali robuste permette allora di evitare una sorpresa strategica, impedisce che si crei rapidamente uno stato di fatto compiuto o ancora di testare al più presto la determinazione dell’avversario, costringendolo a svelare de facto le sue vere intenzioni. In questa strategia, il nostro deterrente nucleare resta, come ultima risorsa, la chiave di volta della nostra sicurezza e la garanzia dei nostri interessi vitali. Oggi come ieri, esso garantisce la nostra indipendenza, la nostra libertà di valutazione, di decisione e di azione. Vieta all’avversario di scommettere sul successo dell’escalation, dell’intimidazione o del ricatto.

In quanto Capo di Stato, sono il garante del lungo periodo, perché la mia responsabilità di capo degli eserciti è di proteggere la nostra Nazione dalle minacce, fissando l’orizzonte a diversi decenni.

La dissuasione nucleare ha svolto un ruolo fondamentale nella salvaguardia della pace e della sicurezza internazionale, in particolare in Europa. Sono fermamente convinto che la nostra strategia di deterrenza conservi tutte le sue virtù stabilizzatrici, e rimanga una risorsa particolarmente preziosa nel mondo competitivo delle potenze, di disinibizione dei comportamenti e di erosione delle norme che oggi si profilano sotto i nostri occhi.

La strategia nucleare della Francia, di cui ricordavo poc’anzi le basi dottrinali, mira fondamentalmente a impedire la guerra.

Le nostre forze nucleari non sono dirette contro nessun Paese e la Francia ha sempre rifiutato che l’arma nucleare potesse essere considerata un’arma di battaglia. Ribadisco che la Francia non si impegnerà mai in una battaglia nucleare o in una qualsiasi risposta modulata.

D’altro canto, le nostre forze nucleari svolgono un proprio ruolo dissuasivo, soprattutto in Europa. Esse rafforzano la sicurezza dell’Europa per la loro stessa presenza e, a questo proposito, hanno una dimensione autenticamente europea.

Su questo punto, la nostra indipendenza di decisione è pienamente compatibile con una solidarietà incrollabile nei confronti dei nostri partner europei. Il nostro impegno per la loro sicurezza e la loro difesa è l’espressione naturale della nostra solidarietà sempre più stretta. Siamo chiari: gli interessi vitali della Francia hanno ormai una dimensione europea. In questo spirito, auspico che si sviluppi un dialogo strategico con i nostri partner europei che sono pronti sul ruolo della dissuasione nucleare francese nella nostra sicurezza collettiva.

I partner europei che desiderano impegnarsi su questa strada potranno essere associati alle esercitazioni delle forze francesi di dissuasione. Questo dialogo strategico e questi scambi contribuiranno naturalmente allo sviluppo di una vera e propria cultura strategica tra europei.

Naturalmente le nostre forze nucleari contribuiscono in modo significativo anche al rafforzamento globale della dissuasione dell’Alleanza Atlantica, a fianco delle forze britanniche e americane. La Francia non partecipa ai meccanismi di pianificazione nucleare dell’Alleanza e non vi parteciperà in futuro. Ma continuerà ad alimentare la riflessione di livello politico volta a rafforzare la cultura nucleare dell’Alleanza.

Uniche potenze nucleari europee, la Francia e il Regno Unito hanno affermato fin dal 1995 chiaramente di non immaginare una situazione in cui gli interessi vitali di uno dei due Paesi potrebbero essere minacciati senza che lo siano anche gli interessi vitali dell’altro.

Oggi voglio ribadire solennemente questa constatazione. L’alto livello di fiducia reciproca, sancito dai trattati di Lancaster House del 2010, di cui celebriamo quest’anno il decimo anniversario, si traduce quotidianamente in una cooperazione inedita sui temi nucleari. La porteremo avanti con determinazione e la Brexit non cambierà nulla.

Signore e Signori,

Prima di concludere, vorrei dedicare qualche minuto per approfondire davanti a voi la riflessione sul significato della strategia di dissuasione nel mondo di oggi. In primo luogo, occorre riconoscere l’esistenza di un dibattito etico sulle armi nucleari, che non è nuovo e al quale Papa Francesco ha contribuito di recente durante il suo viaggio a Hiroshima.

C’è anche un dibattito giuridico e strategico: di fronte a un ambiente internazionale degradato, alcuni, anche in Europa, si sono impegnati recentemente secondo un approccio proibizionista, basato in gran parte su un imperativo assoluto e su un semplice ragionamento strategico: per eliminare la paura, per sopprimere la guerra, basterebbe sopprimere le armi nucleari!

Rispetto profondamente le considerazioni che sono state espresse. Ma, da parte sua, la Francia, Stato dotato, che ha la responsabilità del mantenimento della pace e della sicurezza internazionali, condivide solo in parte questa visione della realtà del nostro mondo. Vorrei illustrarvi la mia visione degli equilibri sui quali si basa il Trattato di Non Proliferazione e dei ragionamenti etici che occorre applicare per preservare la pace.

L’obiettivo ultimo di eliminare completamente le armi nucleari nell’ambito del disarmo generale e completo figura nel preambolo del TNP. Ma nella realtà del nostro mondo, i progressi verso quest’obiettivo non possono che essere progressivi e basati su una percezione realistica del contesto strategico.

In mancanza di una ricetta per far scomparire rapidamente le armi nucleari del nostro mondo, i promotori dell’abolizione si oppongono in fondo alla legittimità della dissuasione nucleare e soprattutto, diciamolo pure, laddove ciò è più facile, nelle nostre democrazie europee.

Ritengo che la scelta non sia tra un assoluto morale disconnesso dalle realtà strategiche, da un lato, e un ritorno cinico al solo rapporto di forze senza diritto, dall’altro. Da parte mia, non cadrò nella trappola di questa falsa alternativa. È destabilizzante per l’architettura di sicurezza internazionale e non è all’altezza delle ambizioni della Francia per la pace, il multilateralismo e il diritto.

È mia responsabilità garantire la sicurezza del nostro paese, nel rispetto dei suoi impegni internazionali, in particolare quelli del TNP.

Ma ciò non significa che la Francia rinunci alle questioni etiche relative alle armi nucleari. Una democrazia deve porsi la questione delle finalità della sua politica di dissuasione nucleare, portatrice di dilemmi morali e di paradossi.

A tal fine è necessario comprendere la dissuasione in tutti i suoi aspetti, il che presuppone una sua collocazione in un quadro politico più ampio, legato alla nostra visione dell’ordine mondiale.

L’arma nucleare nel 1945 ha fatto entrare l’umanità in una nuova era, dandole in fondo i mezzi della sua stessa distruzione e facendole così prendere coscienza dell’unità del suo destino. La sua diffusione è stata limitata nel 1968 dal trattato di non proliferazione delle armi nucleari, fotografia in qualche modo del mondo nucleare dell’epoca– constata l’esistenza di cinque Stati dotati di armi – e che, con qualche rara eccezione, ha retto. Così facendo, la detenzione di armi nucleari conferisce ai responsabili politici dei paesi interessati una responsabilità di portata morale senza precedenti nella storia. Per quanto riguarda la Francia, mi assumo pienamente questa responsabilità.

Non abbiamo altra scelta che confrontarci con l’imperfezione del mondo e affrontare, con realismo e onestà, i problemi che ci pone.

Non posso quindi dare alla Francia come obiettivo morale il disarmo delle democrazie di fronte a potenze o addirittura dittature che manterrebbero o svilupperebbero le loro armi nucleari.

Un disarmo nucleare unilaterale equivarrebbe per uno Stato armato come il nostro di esporsi e di esporre i suoi partner alla violenza e al ricatto, o di affidarsi ad altri per garantire la sua sicurezza.

Non accetto questa prospettiva. E non siamo ingenui: un distacco della Francia, il cui arsenale non può in alcun caso essere paragonato a quello degli Stati Uniti o della Russia, non avrebbe alcun effetto di trascinamento sulle altre potenze nucleari.

Nello stesso spirito, la Francia non aderirà a un trattato di divieto delle armi nucleari. Questo trattato non creerà alcun nuovo obbligo per la Francia, né per lo Stato, né per gli attori pubblici o privati sul suo territorio.

In realtà, il disarmo ha senso solo se si inserisce in un processo storico di limitazione della violenza.

La strategia di dissuasione vi contribuisce già, anche paradossalmente. Nella dissuasione che mette in atto la Francia, è proprio la possibilità di danni inaccettabili per un potenziale avversario a limitare la violenza, senza neppure che la minaccia sia proferita.

Riconosciamo tuttavia che questa razionalità dissuasiva non è sufficente a fondare la pace, nel senso pieno del termine, cioè uno stato di cose che non sia una semplice inibizione della violenza, ma una vera cooperazione e una concordia tra tutti.

Il nostro obiettivo deve essere quello di lavorare all’instaurazione di un ordine internazionale diverso, con un governo del mondo efficiente in grado di stabilire e far rispettare il diritto.
Questo obiettivo di trasformazione dell’ordine internazionale non è solo un ideale. Esso delinea fin d’ora un cammino politico e strategico che deve consentirci di progredire concretamente.Retour ligne automatique
A tal fine è indispensabile circoscrivere il ruolo della dissuasione alle circostanze estreme di legittima difesa.
Le armi nucleari non devono essere concepite come strumenti di intimidazione, coercizione o destabilizzazione. Esse devono rimanere strumenti di dissuasione con l’obiettivo di impedire la guerra.
La dottrina nucleare della Francia si inserisce strettamente in questo quadro.

Invito i dirigenti delle altre potenze nucleari a dar prova della stessa trasparenza nella loro dottrina di dissuasione e a rinunciare a qualsiasi tentazione di strumentalizzare questa strategia a fini coercitivi o di intimidazione.

Ecco, Signore e Signori, ciò che volevo dirvi oggi sul posto della Francia nel mondo, sulla sua ambizione europea, sulla sua strategia di difesa e di dissuasione.
Guardiamo al nostro futuro con lucidità e determinazione.

Lucidità, perché non possiamo fingere che la globalizzazione e i progressi tecnologici non sconvolgano i modelli del passato. Ora più che mai il nostro pensiero strategico deve adattarsi ai sussulti del nostro ambiente, pur orientandosi nel lungo periodo. Dobbiamo avere il coraggio di guardare il mondo per cio’ che è, e per come si evolverà. Non è inevitabile, ma potrebbe essere un errore storico quello di non volerlo vedere.

Determinazione anche: determinazione a continuare a essere la Francia, la Francia fiera della sua Storia, la Francia fiera dei suoi valori e rispettosa dei suoi impegni. La Francia si impegna strenuamente a restare padrona del suo destino, all’interno di un’Europa rifondata per il bene comune.

Viva la Repubblica e viva la Francia!

Ultime modifiche: 19/03/2020

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