Discorso del Presidente della Repubblica all’ONU [fr]

DISCORSO DEL PRESIDENTE DELLA REPUBBLICA

Assemblea generale delle Nazioni Unite

Signor Segretario Generale delle Nazioni Unite,
Signore e Signori Capi di Stato e di Governo,

Se ho oggi il privilegio di esprimermi davanti a voi, so a chi lo devo. Lo devo a tutti coloro che, un po’ più di settant’anni fa, sono insorti contro un regime barbaro che si era impadronito del mio paese, la Francia. Lo devo alle Nazioni che hanno ascoltato il grido di questi partigiani e che, dall’America, dall’Africa, dall’Oceania, dall’Asia, hanno, verso le coste francesi, mandato in loro soccorso le proprie figlie e i propri figli. Non tutti sapevano quello che era la Francia, ma sapevano che la disfatta della Francia era anche la disfatta degli ideali che essi condividevano, di cui erano fieri e per i quali erano pronti a morire. Sapevano che la loro libertà e i loro valori, dipendevano dalla libertà di altre donne, di altri uomini che vivevano a migliaia di chilometri da loro.

Lo devo a coloro che, finita la guerra, hanno osato la riconciliazione e hanno ricostruito un nuovo ordine internazionale. A coloro che, come René CASSIN, hanno capito che i Diritti dell’Uomo erano al centro della legittimità internazionale. A coloro che hanno giudicato i colpevoli, accolto le vittime, rimediato ai torti, a coloro che hanno voluto credere che i valori, che questa guerra aveva violato, dovevano riprendere il loro posto, i valori di tolleranza, di libertà, d’umanità che sono fondanti delle Nazioni Unite. Non perché questi valori erano belli, ma perché erano giusti e permettevano di evitare che accadesse il peggio.

Se vi dico tutto questo, non è semplicemente per parlarvi di Storia, ma quando oggi, sento molti dei miei colleghi parlare del mondo così come sta andando, essi dimenticano un po’ di questa Storia da cui veniamo, e che quello che ci sembra esotico o così lontano da noi, così lontano dai nostri interessi immediati è forse ciò che determina e determinerà di più le nostre vite.

Signore e Signori, se il mio paese oggi ha, nell’ordine delle Nazioni, questo posto un po’ singolare, questo gli conferisce un debito, un debito nei confronti di tutti coloro che sono stati privati delle loro voci. E so che il dovere della Francia è di parlare per coloro che non sono ascoltati. Poiché parlare per loro, è anche parlare per noi, oggi o domani. E in questo giorno, sono queste voci dimenticate che voglio portare.

Ho ascoltato Bana, cittadina di Aleppo, Ed è la sua voce che voglio portare qui. Ha vissuto sotto il terrore dei bombardamenti, della polizia e delle milizie, ha conosciuto i campi di rifugiati. Il popolo siriano ha sofferto abbastanza perché la Comunità internazionale prenda atto di un fallimento collettivo e si interroghi sui suoi metodi.

Per ottenere una pace duratura e giusta, è urgente che ci si concentri sulla soluzione politica della crisi, attraverso la transizione, come il Consiglio di sicurezza ha messo a verbale all’unanimità nella risoluzione 2254, del 2015. La Francia ne ha avuto l’iniziativa, con i suoi partner, per sostenere gli sforzi delle Nazionio Unite e avviare finalmente una roadmap politica inclusiva in Siria.

È per questo che mi auguro che possiamo lanciare un gruppo di contatto con tutti i membri del P5 e l’insieme delle parti interessate. Oggi, il formato detto « d’Astana » può essere utile, ma non basta. E questi ultimi giorni hanno evidenziato parecchie difficoltà.

Diamo i mezzi reali per avviare i negoziati. Poiché la soluzione sarà, a termine, politica e non militare. È interesse di tutti, e prima di tutto beninteso dei Siriani.

In questo contesto, ho indicato quali erano le nostre due linee rosse. Innanzi tutto un’intransigenza assoluta sull’uso di armi chimiche. Gli autori dell’attacco del 4 aprile scorso dovranno essere portati davanti alla Giustizia internazionale, e questo non deve mai più accadere.

Poi, la necessità assoluta di pianificare l’accesso alle cure per tutti e tutte, di permettere le strutture mediche, di proteggere le popolazioni civili. La Francia ha deciso di farne una delle priorità della sua presidenza del Consiglio di sicurezza il mese prossimo.

Agire per il paese in Siria, è agire per il popolo siriano, ma è anche proteggerci tutti dal terrorismo islamico. Poiché in Siria, in Iraq, è contro il terrorismo che ci battiamo prioritariamente. Agiamo per tutti coloro che hanno perso la vita in questi attacchi nel corso degli ultimi mesi. Poiché il terrorismo jiadista ha colpito in tutti i continenti i nostri concittadini, quale che fosse la loro religione. Così dobbiamo tutti proteggerci unendo le nostre forze, e la nostra sicurezza diventa la prima priorità. È il senso delle iniziative che la Francia conduce per lottare contro l’uso di Internet da parte dei terroristi, e contro tutte le fonti del loro finanziamento.

È per questo che mi auguro che si possa organizzare nel 2018 una conferenza su questa lotta in cui chiamo tutte e tutti ad impegnarvi. Ma è anche il senso dell’azione militare che la Francia conduce in seno alla Coalizione in Siria e in Iraq, nel rispetto del Diritto internazionale. Questa lotta contro il terrorismo, è militare, è diplomatica, ma è anche educativa, culturale, morale. Passa attraverso la nostra azione in Medio Oriente in Africa, ma anche in Asia, e ci deve riunire tutte e tutti.

Ho ascoltato Ousmane, scolaro a Gao, ed è la sua voce che voglio portare qui. La sua infanzia si svolge in Mali nel terrore degli attentati ciechi. E tuttavia, il suo unico sogno è di andare a scuola senza rischiare la morte. Nel Sahel, siamo ormai tutti impegnati. Nazioni Unite, paesi della regione al centro della Minusma e della Forza congiunta del G5, Unione europea e i suoi Stati membri, e voglio qui rendere omaggio a tutti questi protagonisti ricordando che è uno sforzo particolarmente doloroso e caro in vite umane.

La nostra sfida è oggi, anche qui, di sradicare il terrorismo, e per fare questo, rafforzare le capacità nazionali affinché gli Stati stessi si prendano la responsabilità della loro sicurezza. Quali che siano i mezzi che useremo, non riusciremo nella nostra missione collettiva se i paesi più interessati non saranno in grado di assumersi le proprie responsabilità. È per questo motivo che ho sostenuto, non appena assunto le mie funzioni, lo spiegamento della forza congiunta del G5 Sahel, e vi richiamo qui alla vostra mobilitazione collettiva.

È anche per questo che voglio impegnarmi nel rafforzamento del sostegno alle operazioni africane di pace, poiché è questo, il futuro. Dobbiamo ripensare collettivamente l’articolazione tra il mantenimento della pace, organizzazioni regionali e paesi ospitanti. E ne deriva la nostra capacità di rispondere alle aspirazioni di pace delle popolazioni.

Sicuramente, la risposta militare non potrà mai essere la sola risposta, e voglio qui insistere sulla necessità di una risposta politica, e penso naturalmente alla realizzazione dell’Accordo di Algeri e alla nostra politica di sviluppo.

Ho ascoltato anche Kouamé, ed è la sua voce che voglio portare qui. Buttato sulla strada, ha attraversato l’Africa prima di affidare il suo destino in Libia nelle mani dei trafficanti. Ha attraversato il Mediterraneo, è arrivato nel modo migliore, quando tanti altri morivano in mare. Il rifugiato, il profugo, o colui che chiamiamo tristemente il « migrante », è diventato in realtà il simbolo della nostra epoca. Il simbolo di un mondo in cui nessuna barriera si potrà opporre al cammino della disperazione, se noi non trasformiamo le strade della necessità in strade della libertà.

Queste migrazioni sono politiche, climatiche, etniche ; sono ogni volta queste strade della necessità. La necessità, è oggi la fuga, di fronte alle persecuzioni di cui sono vittime le Rohingyas. Più di 400.000 rifugiati di cui la maggior parte sono bambini. Le operazioni militari devono cessare, l’accesso umanitario deve essere assicurato, e il diritto ristabilito di fronte a ciò che è, lo sappiamo, una pulizia etnica. La Francia prenderà l’iniziativa al Consiglio di sicurezza su questo tema.

La necessità, è partire per salvare la propria famiglia quando la guerra infuria e i diritto internazionale umanitario non è più rispettato, ma strumentalizzato, come in Siria nella strategia di violenza dei protagonisti ; l’esilio, quando i difensori della libertà sono i primi bersagli dei governi in carica. La protezione dei rifugiati è un dovere morale e politico nel quale la Francia ha deciso di avere il suo ruolo. Sostenendo l’Alto Commissariato per i Rifugiati dovunque debba intervenire, aprendo vie legali di trasferimento il più vicino possibile alle zone di conflitto, in Libano, in Giordania, in Turchia, ma anche in Nigeria e nel Ciad, difendendo il diritto di asilo e il rispetto assoluto della convenzione di Ginevra.

Il 28 agosto scorso a Parigi, abbiamo riunito paesi africani ed europei più direttamente interessati dai flussi migratori sulla via del Mediterraneo centrale. Abbiamo adottato una roadmap la cui priorità è combattere contro i trafficanti che commerciano in miseria. Dobbiamo porre fine alle violazioni insopportabili dei diritti fondamentali realizzando un’infrastruttura umanitaria con l’ HCR e l’OIM, aiutando i paesi di origine e di transito a controllare meglio i flussi.

Ma se, di fronte al terrorismo, alle migrazioni, le risposte a breve termine si impongono al fine di gestire le crisi, è la nostra volontà politica di trattare le cause profonde di tutte queste instabilità che è oggi in gioco. Queste migrazioni, questo terrorismo, sono prima di tutto sfide politiche, profonde, per tutti noi. Poiché la cause profonde, morali, della civiltà, se vogliamo accettarle, è solo con una reale politica di sviluppo che possiamo farlo.

È per questo che ho deciso che la Francia avrà il suo ruolo fissando l’obiettivo di dedicare lo 0,55 % del nostro reddito nazionale all’aiuto pubblico allo sviluppo nei prossimi cinque anni.

Vi ringrazio per i vostri applausi, ma li voglio in un certo senso moderare. Innanzi tutto perché so che qualcuno si aspetta di più e che non è mai abbastanza e la Francia oggi non è abbastanza presente a questo appuntamento; ma soprattutto perché non sono i soldi la questione principale. È l’efficacia di questi soldi. È ciò a cui li destiniamo. È valutare meglio, è controllare meglio questi soldi, che tutte e tutti mettiamo.

Allora, sì, voglio che la Francia sia all’appuntamento dell’aiuto pubblico allo sviluppo ma voglio soprattutto che questo aiuto pubblico sia oggetto di maggiori innovazioni, di maggiore intelligenza, di metodi differenti, di una maggiore responsabilità sul campo, è questo che voglio con voi. La sfida oggi è che questo aiuto pubblico allo sviluppo arrivi bene sul campo in modo semplice, efficace, ben valutato, arrivi alle giuste destinazioni cercate, è questo che abbiamo voluto fare per esempio con l’Alleanza per il Sahel che abbiamo lanciato con l’Unione europea, la banca mondiale e il PNUD.

In seguito, è avere delle priorità chiare, la prima è investire nell’istruzione perché è attraverso l’istruzione che vinceremo questa battaglia contro l’oscurantismo, quella che sta facendo precipitare oggi paesi, intere regioni, in Africa come in Medio Oriente. E chiamo qui la comunità internazionale a essere presente all’appuntamento nel febbraio 2018 a Dakar per la ricostituzione della partnership mondiale per l’istruzione che la Francia copresiederà con il Senegal. È una battaglia essenziale che porteremo avanti là, è quella che consiste precisamente nel dare la possibilità alle ragazze e ai ragazzi di non sprofondare nell’oscurantismo, di poter scegliere il loro futuro, non quello che sarà loro imposto dalla necessità o o quello che sceglieremmo per loro qui in questa sala.

La seconda priorità è investire nella salute, nella lotta contro le grandi pandemie e contro la malnutrizione poiché nessuna speranza è concessa quando non ci si può istruire né curare. In questa lotta per lo sviluppo abbiamo anche bisogno di sostenere il ruolo delle donne, la cultura e la libertà d’espressione. Dovunque il ruolo della donna è rimesso in discussione, violato, è lo sviluppo che è bloccato, è la capacità di una società ad emanciparsi, ad avere il suo giusto posto che è così bloccato, non sono dei soggetti di società anodine, è una lotta profonda di civilizzazione, è la nostra battaglia, sono i nostri valori e non sono relativi, sono eminentemente universali in tutti i continenti, a tutte le latitudini. Dovunque la cultura viene violata anche lì è la nostra capacità collettiva ad accettare queste sfide che è ridotta.

È per questo che l’UNESCO è oggi un’istituzione essenziale ed ha a questo proposito un ruolo chiave, conservare al mondo un volto umano quando tanti oscurantismi vorrebbero sopprimerne l’incredibile diversità. È affinché la cultura e la lingua di ciascuno vivano e perdurino che ci battiamo perché continui il progresso dello spirito. E la libertà d’espressione è anch’essa una battaglia la cui attualità non è meno importante. L’ONU ha la vocazione di proteggere la libertà di coloro che pensano, riflettono, si esprimono e soprattutto la libertàdella stampa. È per questo che chiedo di designare un rappresentante speciale del Segretario Generale delle Nazioni Unite sulla protezione dei giornalisti nel mondo poiché in alcun caso la battaglia contro il terrorismo, l’inasprimento del mondo in cui viviamo giustificherebbe la riduzione di questa libertà.

Parlo infine a nome di Jules, il mio compatriota, che vive sull’isola di Saint-Martin, penso alla sua casa distrutta, alla sua paura che questo possa ricominciare ancora e ancora perché il riscaldamento climatico moltiplica le catastrofi. Il futuro del mondo è quello del nostro pianeta che si sta vendicando della follia degli uomini, la natura ci richiama all’ordine e ci intima di assumerci il nostro dovere di umanità e di solidarietà. Non negozierà, tocca all’umanità difendersi porteggendola. I cambiamenti climatici fanno andare in frantumi la tradizionale opposizione tra il Nord e il Sud, le più fragili sono sempre le prime vittime portate via in un vortice di ingiustizie, siamo tutti colpiti dai cambiamenti terribili del clima dalla Cina ai Caraibi passando per la Russia o per il corno d’Africa.

Di fronte a questa assemblea il mio paese aveva promesso un accordo universale a Parigi, l’ha ottenuto ed è stato firmato in questa sala. Tale accordo non sarà rinegoziato, ci lega, ci unisce, riprenderlo sarebbe distruggere un patto che non è solo tra Stati ma anche tra generazioni. Potrà essere arricchito con nuovi contributi, nuovi apporti, ma non faremo passi indietro. Rispetto profondamente la decisione degli Stati-Uniti e la porta li sarà sempre aperta ma continueremo con tutti i governi, con le collettività locali, le città, le imprese, le ONG, i cittadini del mondo, ad implementare l’Accordo di Parigi. Abbiamo per noi la forza dei pionnieri, la resistenza, la certezza e l’energia di chi vuole costruire un mondo migliore, ebbene sì, questo mondo migliore creerà innovazione, lavoro, anche se dispiace a chi vuole credere che il futuro si guarda solo dall’indietro.

Lo costruiamo senza aspettare adoperando i nostri contributi come la Francia ha fatto adottando il suo piano Clima che la mette sul cammino della neutralità carbone. Facendo incontrare a Parigi il 12 dicembre tutti quelli che sono decisi ad andar avanti intorno a delle soluzioni concrete, mobilitando fondi pubblici e privati – e confermo qui che la Francia farà la sua parte dando all’azione per il clima cinque miliardi di euro fino al 2020. Radoppieremo le nostre ambizioni presentando già da questo pomeriggio un patto mondiale per l’ambiente la cui ambizione sarà di costruire il diritto internazionale del secolo a venire con il sostegno delle agenzie ONU. Quando qualcuno si vorrebbe fermare dobbiamo continuare ad andar avanti, ad andare più lontano perché il riscaldamento, i cambiamenti climatici, loro, non si fermano, perché il nostro dovere di solidarietà e di umanità non si ferma.

Signore e Signori, dietro alle nostre decisioni ci sono queste voci, ci sono queste vite, c’è la fila invisibile che dobbiamo difendere perché un giorno qualcuno ci ha difeso a sua volta. Tutte quelle voci che chiamano perché non li sentiamo di più? Perché non sappiamo più fare ciò che 70 anni fa aveva dato all’umanità intera la forza di credere in se stessa, la responsabilità pianetaria, il gusto di aiutarsi a vicenda, la fede nel progresso ? Ebbene sì, quando vi parlo di Bana, di Ousmane, di Kouamé o di Jules parlo dei miei concittadini, e di ognuno di loro perché i nostri interessi, la nostra sicurezza, sono anche i loro ! Siamo irremediabilmente legati gli uni agli altri, in una communità di destini per oggi e per domani. Allora che gli equilibri del mondo, sì, sono profondamente cambiati negli ultimi anni, il mondo è tornato ad essere multipolare, ciò significa che bisogna a ri-imparare la complessità del dialogo ma anche la sua fecondità.

La nostra azione collettiva si scontra con l’instabilità degli Stati, così per la Libia, sei anni dopo il suo intervento armato, prendo atto davanti a questa assemblea della responsabilità particolare della Francia per far ritrovare al paese la sua stabilità. L’incontro di La Celle-Saint-Cloud del 25 luglio scorso ha permesso di fare andar avanti la riconciliazione indispensabile alla riuscita del processo politico sotto l’egida delle Nazioni Unite. Con il segretario generale e il suo rappresentante speciale, dobbiamo riuscire nel 2018 nell’organizzazione di elezioni che segnerano l’inizio di un restauro effettivo dello Stato e ci metterò tutta la mia energia. così per il Venezuela, l’azione collettiva deve mantenere in questo paese il rispetto della democrazia, il rispetto di tutte le forze politiche e non cedere nulla alle tendenze dittatoriali oggi all’opera. così in Ucraina, dobbiamo senza sosta far rispettare gli impegni presi e permettere un cessate-il-fuoco e progressivamente come lo facciamo con la Germania, in particolare, permettere anche lì alle parti presenti di rispettare il diritto internazionale ed arrivare alla fine di tale conflitto.

Il multilateralismo fa fatica ad affrontare le sfide della proliferazione nucleare, non riesce a scongiurare le minacce che pensiamo per sempre finite, e che sono riapparse brutalmente nel nostro presente. Pyongyang così ha superato, rivendicandolo, una soglia maggiore nell’escalation militare. Siamo tutti coinvolti immediatamente, da un punto di vista esistenziale, collettivamente, dalla minaccia. Ad oggi, la Corea del Nord non ha manifestato nessun segno di volontà di negoziare, i suoi dirigenti si chiudono in un crescendo accannito, la nostra responsabilità con l’insieme dei nostri partner tra i quali la Cina e la Russia è di riportare con la fermezza al tavolo dei negoziati di una soluzione politica della crisi. La Francia rifiuterà ogni tipo di escalation e non chiuderà nessuna porta al dialogo, se le condizioni sono riunite perché tale dialogo sia utile alla pace.

E’ questo stesso obiettivo che mi porta a difendere l’accordo nucleare con l’Iran. Il nostro impegno sulla non proliferazione nucelare ha consentito di ottenere, il 14 luglio 2015, un accordo solido, robusto e verificabile, che permette di assicurare che l’Iran non si procurerà l’arma atomica. Denunciarlo qui, senza proporre null’altro, sarebbe un errore pesante. Non rispettarlo sarebbe irresponsabile. Poiché è un accordo utile, essenziale alla pace, nell’ora in cui il rischio di una spirale infernale non sarebbe esclusa. E’ ciò che ho detto ieri agli Stati-Uniti e all’Iran.

Mi auguro, da parte mia, che completeremo tale accordo con un lavoro che permetterà d’inquadrare l’attività balistica dell’Iran per mezzo di un lavoro che permetta d’inquadrare la situazione dopo 2025 che non copra l’accordo di 2015. Dobbiamo essere più esigenti, ma non disfaremo in nulla cio’ che i precedenti accordi hanno già permesso di mettere in sicurezza. Guardiamo la situazione in cui ci troviamo oggi : siamo riusciti, in assenza di dialogo, a meglio arginare la situazione nella Corea del Nord? Neanche per un solo secondo. Ovunque laddove il dialogo, il controllo, il multilateralismo si da armi efficaci, esso è utile. E’ ciò che voglio per tutte e tutti noi.

Allora, non so se il mio lontano successore avrà, tra settant’anni, il privilegio di esprimersi dinanzi a tutti. Il multilateralismo sopravviverà al periodo di tutti i dubbi e pericoli che conosciamo? In verità, dovremmo ricordarci dello stato del modo, sessant’anni fa, frantumato dalla guerra, sconvolto dai genocidi. Dovremmo ritrovare oggi l’ottimismo, l’ambizione, il coraggio che abbiamo posto dinanzi a tali ragioni di dubitare, e ritrovare fede in cio’ che ci unisce. Ovvero che ritroviamo fiducia i questi valori fondanti de l’ONU che sono universali e che proteggono gli individui ovunque sul pianeta e che assicurano la loro dignità.

Ma, Signore e Signori, come siamo giunti a questo punto? Perché abbiamo lasciato che si considerasse il multilateralismo come una sorta di sport confortevole, un gioco per diplomatici seduti, lo strumento delle debolezze, ecco cosa è successo da tanti e tanti anni. Perché abbiamo lasciato credere che si era più credibili e più forti quando si agiva in modo unilaterale. E’ falso. Perché abbiamo lasciato credere, talvolta per cinismo, che il multilateralismo non poteva risolvere tutto.

Allora, abbiamo lasciato che lo sregolamento del mondo prendesse il sopravvento. Abbiamo tardato a regolare il riscaldamento climatico, a trattare delle disuguaglianze contemporanee che un capitalismo senza regole si è messo a generare. Abbiamo lasciato che voci discordanti si alzassero. Ma ogni volta, è la voce del più forte che vince a questo gioco. Abbiamo, per languore, per dimenticanza della storia che ci ha fatti, abbiamo lasciato che l’idea che si era più forti fuori dal multilateralismo s’installasse.

Ma la nostra sfida contemporanea, quella della nostra generazione, è di saperlo rifondare. E’ quello di spiegare che oggi, come va il mondo, non vi è nulla di più efficace che il multilateralismo. Perché? Perché tutte le nostre sfide sono mondiali : il terrorismo, le migrazioni, il riscaldamento climatico, la regolamentazione del digitale, tutto ciò lo regoleremo unicamente in scala planetaria, in modo multilaterale. Ogni volta che accetteremo che non sia il multilateralismo, allora lasceremo che la legge del più forte vinca.

Perché sì, amici miei, consacrare la nostra visione del mondo potrà farsi tramite il multilateralismo. Poiché questa visione è universale. Non è regionale. Poiché ogni volta che avremo ceduto a coloro che dicevano che il posto della donna era una questione di pochi, di una parte del pianeta, ma non di altri, che l’uguaglianza tra cittadini era una questione riguardante una civiltà ma non un’altra, abbiamo abbandonato ciò che ci riunisce qui, in questo luogo, l’universalità di tali valori. Anche qui, abbiamo ceduto, in alcuni paesi, alla legge del più forte.

Poiché ogni volta che le grandi potenze, sedute al tavolo del Consiglio di sicurezza, hanno ceduto alla legge del più forte, hanno ceduto al multilateralismo, hanno potuto denunciare accordi che esse stesse avevano firmato, esse non hanno rispettato il cemento del multilateralismo che è la regola del diritto. E’ ciò che ci ha fatti, è ciò che ha costruito la pace nella durata.

Allora sì, oggi più che mai, abbiamo bisogno di multilateralismo. Non perché sarebbe una parola comoda, non perché sarebbe una sorta di rifugio per genti intelligenti. Poiché il multilateralismo è la regola del diritto, è lo scambio ta i popoli, è l’uguaglianza di tutte e di tutti noi, è ciò che permette di costruire la pace e di accettare ciascuna delle nostre sfide.

Allora sì, per fare ciò, l’ONU ha tutta la legittimità per agire e preservare gli equilibri del mondo. E’ perché voglio una ONU più responsabile, più efficace, più agile che sostengo pienamente il progetto del segretario generale delle Nazioni Unite, la sua ambizione, la sua volontà di portare un’organizzazione a misura delle sfide del Pianeta. Abbiamo bisogno di uscire dai nostri uffici, di incontri tra Stati e tra Governi per andare a cercare altre energie, per rappresentare diversamente il mondo per come è e per ritornare su dogmi nei quali ci siamo talvolta riposati.

Abbiamo bisogno di un Consiglio di sicurezza che possa prendere decisioni efficaci e non essere rinchiuso nel diritto di veto, quando atrocità di massa sono compiute. Abbiamo bisogno di una maggiore rappresentazione di tutte le forze in presenza di tutti i continenti. Abbiamo bisogno di una articolazione nella gestione delle crisi, con l’Unione Europea, l’Unione Africana, le organizzazioni sub-regionali che sono attori essenziali. E’ per questo che la Francia sarà presente, accanto alle Nazioni Unite, per la riforma in corso.

Per concludere, Signore e Signori, volevo dirvi che le voci dimenticate che ho voluto portare oggi non possono che risuonare in un luogo come questo. Un luogo dove ognuno ha il suo posto, dove ognuno puo’ farsi sentire da chi non vuole ascoltarli. A questi dirò : non ascoltare la voce degli oppressi e delle vittime è lasciare che le loro disgrazie aumentino, prosperino fino al giorno in cui ci ricadrà addosso a tutti. E’ dimenticare che noi stessi, ognuno di noi, in un momento della nostra Storia, siamo stati quegli oppressi e che altri non hanno ascoltato le nostre voci. E’ dimenticare che la nostra sicurezza è la loro sicurezza, che la loro vita impegna la nostra e che saremmo rimasti indenni in un mondo che s’infiamma.

Non ascoltare coloro che ci chiamano in soccorso è credere che muri e frontiere ci proteggono. Ma non sono i muri che ci proteggono. E’ la nostra volontà di agire, è la nostra volontà di influenzare il corso della Storia. E’ il nostro rifiuto di accettare che la Storia si scriva senza di noi, mentre ci crediamo al sicuro. Ciò che ci protegge, è la nostra sovranità e l’esercizio sovrano delle nostre forze al servizio del progresso. E’ questa l’indipendenza delle Nazioni nell’interdipendenza che è la nostra.

Non ascoltare queste voci è credere che la loro miseria non sia la nostra. Che possederemo per sempre tutti i beni di cui essi non possono che sognare. Ma quando questo bene è il Pianeta, la pace, la giustizia, la libertà, pensate che possiamo gioirne da soli, nel nostro angolo?

Se non difendiamo di questi beni comuni, saremo tutti spazzati via. Non lasciamo infiammare dei bracieri dove domani la Storia getterà i nostri propri figli.

Sì, oggi ancora più di ieri, i nostri beni comuni, è anche il nostro interesse, la nostra sicurezza, è anche la loro sicurezza. Non ci sarebbe da una parte l’irenismo di coloro che credono alla regola del diritto e al multilateralimo e, dall’altro, il pragmatismo di alcuni unilaterali. E’ falso.

La nostra efficacia reale si gioca in questo combattimento, qui. Allora, con voi, voglio credere oggi in un multilateralismo forte, responsabile. E’ la responsabilità della nostra generazione, se non vuole lasciare il posto alla fatalità. Dobbiamo avere un solo coraggio, Signori, quello di ascoltare queste voci, quello di non deviare dalla traccia che dobbiamo lasciare nella Storia e quello, in ogni istante, di considerare che dobbiamo riconciliare il nostro interesse e i nostri valori, la nostra sicurezza e i beni comuni del Pianeta. La nostra generazione non ha scelta, poiché deve parlare per oggi e per domani.

Vi ringrazio.


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Ultime modifiche: 27/09/2017

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