Intervento di Jean-Yves Le Drian, Ministro dell’Europa e degli Affari Esteri alla conferenza degli Ambasciatori olandesi (28.01.20) [fr]

Signor Ministro degli Affari Esteri, caro Stef,
Signora Segretaria Generale,
Signore Ambasciatrici, Signori Ambasciatori,

Sono molto felice di essere qui. È un piacere ritrovare Stef Blok, con cui ho un rapporto di grande confidenza e di amicizia. Torno nei Paesi Bassi tre mesi dopo la mia ultima visita all’Aia dunque è una buona abitudine. Vi avevo passato tre giorni, e non avevo subito lo choc gastronomico di cui mi parlate. Ho un ricordo piuttosto piacevole della tavola, non unicamente di quella dell’Ambasciatore, ma delle altre tavole che ho potuto frequentare dunque è piuttosto un elemento incentivante e poi ho anche potuto constatare che Scheveningen non era così bello come la Bretagna, ma era comunque sul mare, e dunque vi erano delle attrattive comuni e senza dubbio una « marittimità comune », è piuttosto questo. Del resto, forse ne riparlerò con te, tra poco, ma in definitiva, è questa marittimità comune, a cui sono molto legato a causa delle mie origini, e poi c’è stato un tempo lontano in cui sono stato Segretario di Stato incaricato del mare presso François Mitterrand, è quasi storia antica, ma questa « marittimità comune » ci deve aiutare penso a temere insieme, ne riparleremo, le conseguenze della Brexit. Il nostro legame, è anche il mare. È anche il legame con l’altra parte ma precisamente i nostri interessi possono essere comuni. Ecco in ogni caso sono molto onorato del vostro invito, considero che sia anche un segno di fiducia e sono molto onorato anche, molto felice di poter, Signore e Signori, confrontarmi con voi, perché il filo rosso che avete scelto di seguire quest’anno è, anche per noi, una questione imprescindibile : come spiegare ai nostri concittadini il senso dell’azione diplomatica che portiamo avanti per loro conto ?

Sotto una forma o sotto un’altra, questa si presenta a noi come a tutti i nostri partner, tanto è vero che, ovunque nel mondo, le sfide nazionali e internazionali sono ormai intrecciate, per il meglio o per il peggio. Ovunque, si sa che quello che succede altrove, a volte molto lontano, può avere, qui, ripercussioni considerevoli. E, ovunque, si sa che, soli, saremmo impotenti di fronte ad alcune delle nostre sfide più urgenti.

E per noi – in Francia e nei Paesi-Bassi –, questa questione ne chiama un’altra : l’Europa non è impotente di fronte alle nuove deregolamentazioni dell’ordine internazionale ? Poiché, nel punto d’incontro tra i nostri paesi e il mondo, c’è l’Europa.

E la mia convinzione è che essa abbia gli strumenti sia per affermarsi come un attore della competizione internazionale sia per mantenere il controllo sul proprio destino. E del resto, l’uno non va senza l’altra. Lo voglio dire con forza : è la mia convinzione politica e la mia convinzione intima, niente ci condanna ad assistere da semplici spettatori alle lotte d’influenza che contrappongono ovunque le grandi potenze – e proprio sul nostro territorio. Niente ci impedisce, a condizione di essere pronti, di continuare ad essere gli attori della nostra storia.

E la mia convinzione, è che l’ora delle scelte è arrivata. Per decidere di ciò che vogliamo essere, ma anche del mondo nel quale vogliamo vivere.

E la mia convinzione è che non sapremmo rispondere alle aspettative dei nostri concittadini – al loro bisogno di sicurezza, alla loro aspirazione alla prosperità, al loro desiderio di preparare l’avvenire – noi non sapremmo rispondere a queste preoccupazioni se non agissimo affinché, in tutti questi settori, l’Europa sia all’altezza . Non che io neghi il ruolo delle nostre nazioni. Tanto più che sarebbe un po’ sfacciato farlo in un paese che so molto legato al principio di sussidiarietà ! Ma di fronte al disordine del mondo, al tumulto del mondo, che preoccupa legittimamente i nostri cittadini, l’Europa non può più permettersi di essere esitante e deve rispondere presente ogni volta che è necessario. E a qualche giorno dalla Brexit, lo dico con una certa solennità.
*
Il 2020, Signore e Signori Ambasciatori, sarà iniziato in un’atmosfera di tensione e di preoccupazione. E in questo ritorno movimentato, trovo che gli europei siano arrivati a far sentire una voce propria e a mostrare che conservano una vera e propria capacità di azione e di mobilitazione. Ed è essenziale in questo momento.

Essenziale per la nostra sicurezza, certo.

Essenziale, anche, perché ogni volta che scoppia una crisi, quello che è in gioco – contemporaneamente alla vita delle popolazioni esposte alle violenze, contemporaneamente alla stabilità di una regione –, è sempre anche una certa visione del mondo. E se lasciassimo libero corso al puro gioco delle logiche di potenza, commetteremmo un triplo errore strategico, che finiremmo per pagare a caro prezzo.

1) L’errore di lasciare che la forza vinca sul diritto. Come se dalla brutalità potesse nascere un ordine stabile. Come se lasciar parlare le armi, senza tentare di tornare alla via della diplomazia e del dialogo, potesse essere la soluzione.
2) Secondo errore strategico sarebbe credere che l’approccio che ci ha permesso, che ha permesso al nostro continente di risollevarsi da due guerre mondiali e di andare verso la sua riunificazione, valesse solo per l’Europa.
3) E infine, l’errore di dimenticare che la storia può sempre essere tragica e che le lezioni della storia possono essere spazzate via sotto il peso degli avvenimenti e la deflagrazione del mondo.

A questo triplo errore in cui il cinismo se la vede con il disfattismo, a questo triplo errore si potrebbe aggiungerne un quarto, non dobbiamo aggiungerne un quarto, noi europei, per ingenuità : quello di credere che attraverso il solo esempio del nostro modello e attraverso la nostra sola parola, noi potremmo garantire il nostro posto e la nostra sicurezza in un mondo brutale e violento. Dobbiamo dunque disporre anche di strumenti concreti, militari, economici, tecnologici, preservare meglio la nostra concezione comune dell’ordine mondiale.

Dall’inizio dell’anno, dal Medio Oriente al Sahel passando per la Libia, abbiamo, noi europei, moltiplicato le iniziative e abbiamo dimostrato che l’Europa poteva essere ritornata.

Poteva essere ritornata con obiettivi chiari : garantire la nostra sicurezza, prevenire l’escalation, trovare ovunque delle vie di negoziato, prospettare soluzioni durature per il ritorno alla stabilità.

Di ritorno, con un metodo pragmatico, citato un attimo fa da Stef: coniugare la forza delle nostre istituzioni con l’agilità di coalizioni d’azione che riuniscono, caso per caso, gli europei più volonterosi. Non vi è qui alcuna contraddizione. Ne è la prova l’appoggio che il nuovo Alto rappresentante Josep Borrell ha dato a queste iniziative. Questa diplomazia agile e pragmatica, che Stef ha rilevato poco fa, ho auspicato che fosse al centro dell’azione della Francia. Ecco perché spesso ci ritroviamo ad agire insieme : perché abbiamo lo stesso approccio.

Il pragmatismo è spesso una garanzia di successo. E, di fatto, è grazie a questo metodo che finalmente l’Europa ha potuto riprendere la situazione in mano.

1) Innanzitutto sulla crisi libica.

Il 19 gennaio si è tenuta un’importante riunione grazie agli sforzi congiunti degli attori europei: Francia, Germania, Italia e Regno Unito in particolare. Questo è essenziale perché ciò che accade in Libia riguarda direttamente l’Europa: il terrorismo, le migrazioni, le lotte di influenza delle potenze. Queste sono le poste in gioco del conflitto in corso.

E a Berlino, la Presidente della Commissione, il Presidente del Consiglio europeo, l’Alto rappresentante erano al nostro fianco e ora l’Unione europea prenderà pienamente parte all’attuazione di quanto è stato deciso. Sostenere le Nazioni Unite al fine di consolidare la tregua, questa è la priorità immediata. Giungere ad un cessate il fuoco duraturo, questa è la seconda priorità. E il lavoro è stato anche intrapreso per far rispettare l’embargo sulle armi e documentare i casi flagranti di violazione, utilizzando tutti i mezzi a nostra disposizione, tutto questo deve continuare. L’accordo era importante, ora si tratta di assicurare l’attuazione, per poter giungere ad una rapida ripresa del processo politico.

2) Josep Borrell, Charles Michel erano presenti anche a Pau, dove due settimane fa la Francia ha organizzato un vertice essenziale con i paesi del G5 Sahel.
L’Unione europea e gli Stati membri hanno sostenuto il lancio della coalizione internazionale da noi proposta. Credo che questa sia una svolta importante per il Sahel, che dobbiamo accompagnare collettivamente con i quattro obiettivi che si è data questa coalizione internazionale :

a. rafforzare la nostra azione nella lotta contro il terrorismo;

b. rafforzare le capacità militari e di intervento dei paesi del G5 Sahel;

c. aiutare il ritorno dello Stato e dei suoi servizi nei territori interessati;

d. fare di più e meglio in materia di sviluppo.

Una settimana dopo il Vertice di Pau, la mia collega delle forze armate si è recata a Bamako con i suoi colleghi svedesi, portoghesi ed estoni per assicurare il proseguimento degli impegni degli uni e degli altri, e vorrei qui sottolineare quanto sia stato utile l’impegno olandese, prezioso ed essenziale nel momento in cui si è verificato. Io stesso ho avuto modo di verificare la presenza degli elicotteri olandesi.
Il dispiegamento, tra qualche settimana, delle forze speciali europee della task force Takouba sarà un’ulteriore tappa nella nostra mobilitazione nel Sahel. Lo ripeto qui: abbiamo bisogno dei Paesi Bassi per agire insieme nel Sahel, perché si tratta della nostra sicurezza e di quella del confine meridionale dell’Europa, ed è per questo che siete intervenuti nell’ambito della Minusma.

3) Gli europei hanno anche preso l’iniziativa di fronte al ciclo di violenze e di escalation militare che abbiamo appena vissuto nel Golfo.

Insieme, a Bruxelles, in una riunione d’urgenza organizzata dall’Alto rappresentante, abbiamo rivolto un appello alla moderazione e alla distensione. Ciò è essenziale per la stabilità della regione e per la nostra lotta contro Daech nell’ambito della Coalizione internazionale. Questa lotta contro Daech della Coalizione deve assolutamente continuare, nel rispetto della sovranità irachena. Il messaggio trasmesso dal parlamento iracheno qualche giorno fa, anche se in circostanze particolari, deve essere inteso come un messaggio politico. Il mantenimento dell’azione della Coalizione contro Daech presuppone la buona articolazione con il concetto di sovranità irachena. Credo che l’abbiamo capito bene.

Così, insieme ad altri sette Stati membri, Germania, Belgio, Danimarca, Grecia, Italia, Portogallo e, naturalmente, i Paesi Bassi –, veniamo in questo spirito di moderazione e disimpegnato di lanciare la missione europea di sorveglianza marittima nel Golfo (Emasoh). Sarà operativa nei prossimi giorni. E il contributo del vostro Paese a questa missione, con la partenza della fregata da Ruyter verso il Golfo, è un atto importante. Sono del resto molto sensibile alla coincidenza, che immagino volontaria, di far partire la fregata il giorno in cui parlo qui. Trovo che sia un atto di eleganza a cui sono particolarmente sensibile. L’essenziale era il segno di un forte impegno degli europei per difendere la loro sicurezza.

Infine, sul JCPoA, l’Unione europea e i suoi Stati membri hanno ribadito la loro determinazione a mantenere l’accordo e a ricondurre l’Iran al più presto al pieno rispetto dei suoi impegni. Con la Germania e il Regno Unito abbiamo fatto la scelta di attivare il meccanismo di risoluzione delle controversie dell’accordo. Lo abbiamo fatto perché l’accordo fosse rispettato, lo abbiamo fatto nel quadro dell’accordo. Lo abbiamo fatto per aprire uno spazio di dialogo politico con l’Iran, rifiutando la logica della massima pressione americana che non genera altro che la massima resilienza iraniana e che precipita concretamente ciò che avrebbe dovuto impedire. Dobbiamo fare tutto il possibile per evitare che una crisi di proliferazione nucleare si aggiunga all’attuale situazione di instabilità.

Allora, Signore e Signori Ambasciatori, per continuare a portare quella singolare voce che ha potuto farsi sentire là, nel corso del mese di gennaio e per difendere al tempo stesso la sua sicurezza e la sua visione del mondo, come del resto l’insieme dei suoi propri interessi, l’Europa deve essere libera di prendere le proprie decisioni e di operare le proprie scelte. In poche parole, deve essere sovrana.

Ed è senza dubbio la nostra più grande sfida, quella che condiziona la nostra capacità di affrontare tutte le altre. Ed è al tempo stesso oggi il nostro più grande dovere nei confronti dei nostri popoli che attendono, se posso dire, che noi «riprendiamo il controllo». Il nostro dovere è soprattutto quello di non lasciare la sovranità ai sovrani, tenendo presente che, nel mondo fisico come nel mondo politico, la natura ha orrore del vuoto e quindi se si lascia il campo aperto allora vi si affollano.

Pertanto, di fronte alla rivalità delle potenze che sta ridefinendo il mondo, credo che sia giunto il momento di un aggiornamento europeo. Dobbiamo aprire gli occhi sulla realtà dei rapporti di forza internazionali. Dobbiamo in qualche modo uscire dall’innocenza.

Sì, uscire dall’innocenza: non solo per tutelare i nostri interessi, ma anche per difendere ciò in cui crediamo, noi europei. Prenderò l’esempio del clima. È ovviamente essenziale darsi un obiettivo ambizioso. E questo è ciò che abbiamo fatto con l’obiettivo della neutralità delle emissioni di carbonio che collettivamente ci siamo assunti per il 2050 ed è ciò che dobbiamo fare prossimamente, aumentando i nostri impegni di riduzione delle emissioni di CO2 in vista della COP 26 di Glasgow. Ma non è ancora abbastanza: dobbiamo anche garantire la giustizia e l’efficacia del nostro approccio, entrambi allo stesso tempo, con il meccanismo di inclusione carbonio alle frontiere per impedire il dumping ecologico perché non è né giusto né efficace per i nostri interessi, è ciò che dobbiamo fare anche allineando la nostra politica commerciale al nostro impegno ambientale. Questo è esattamente il senso del «Patto verde» che la Commissione ha proposto in dicembre e che la Francia sostiene. In un mondo che sta vivendo un’emergenza climatica, gli europei sono determinati a dare l’esempio, come l’hanno fatto nel 2015 con la COP di Parigi.
E su questa questione vitale come su molte altre, la presa di coscienza collettiva di cui avevamo tanto bisogno è quindi cominciata. La nostra nuova agenda strategica europea ne è la prova.

Ma so che anche voi avete preso atto di questa nuova situazione internazionale e che ne sapete trarre tutte le conseguenze. Ho notato nei discorsi delle autorità olandesi – in particolare nei discorsi del primo ministro a Zurigo e a Berlino – l’espressione di preoccupazioni in termini di reciprocità, in termini di difesa delle condizioni di equa concorrenza, in termini di tutela degli interessi strategici e della proprietà intellettuale delle imprese europee, ho notato anche notato anche argomentazioni in termini di convergenza sociale. Alcune settimane fa, il suo governo ha annunciato alcune proposte per una revisione della politica europea di concorrenza.

In un certo senso, avete fatto la vostra parte del cammino. E sono venuto a dirvi che anche noi abbiamo fatto la nostra. La sovranità dell’Europa, così come la concepiamo e come vi proponiamo di costruirla con noi, come membri fondatori di una nuova tappa dell’Europa, non è un protezionismo che nasconderebbe il suo nome, o un approccio basato unicamente sulla sovvenzione pubblica. Non è – per parlare molto chiaramente – un nuovo colbertismo a 27 che proveremmo a infondere nei nostri dispositivi. E se ve lo dice un francese, ha senso!
E per illustrare questa visione, vorrei fare un esempio che considero fondamentale, che è l’esempio del digitale. Un esempio fra gli altri: mi soffermerò solo su questo, ma può essere il simbolo di altre azioni da intraprendere in altri settori. È un settore in cui oggi dobbiamo definire le condizioni per un rinnovato esercizio della nostra sovranità.

Perché il digitale è già parte integrante della nostra quotidianità. Parlare con i propri cari, lavorare, informarsi, divertirsi, migliorarsi: tutto questo, oggi, lo facciamo anche grazie alle nuove tecnologie. Sono al centro delle nostre vite. E quando i dispositivi che usiamo sono prodotti in Cina, quando i contenuti che consultiamo sono prodotti negli Stati Uniti, quando le nostre aziende sono minacciate da innovazioni progettate al di fuori del nostro continente, quando la nostra vita privata è osservata e perdiamo il controllo dei nostri dati personali, i nostri concittadini hanno il diritto di porsi delle domande e di porle a noi. E noi abbiamo il dovere di rispondere.

E ciò che è in gioco per gli europei – per gli Stati, per le imprese, per i cittadini – è, in fondo, la capacità di conservare una libertà d’azione, mentre i nostri margini di manovra sono limitati o minacciati dalle capacità e dalle azioni di altri e questa è una constatazione che possiamo fare insieme oggi.

È la nostra capacità di portare la visione originale degli europei, una visione che non mira né a garantire la nostra supremazia, né a ripiegarci su noi stessi, ma a garantire uno spazio digitale sicuro, aperto, unico, neutrale. È questa visione che dobbiamo portare avanti.

1) Uno spazio sicuro, perché non potrebbe esserci sovranità in uno spazio digitale in cui le nostre infrastrutture e i nostri dati non fossero protetti e che potrebbero addirittura essere utilizzati a fini terroristici.

2) Uno spazio aperto, perché non sapremmo esercitare la nostra sovranità se lo spazio digitale fosse soggetto a restrizioni di accesso decise da altri.

3) Uno spazio unico, perché uno spazio digitale segmentato e isolato sarebbe incompatibile con i valori che portiamo.

4) Uno spazio neutro, infine, perché non potrebbe essere basato su delle discriminazioni, per motivi di lucro o politici, in funzione della natura e dell’origine dei dati che circolano sulle reti digitali.
Recentemente, a Praga, ho citato i cantieri da implicare per portare questa visione di sovranità digitale europea : la sicurezza del cyberspazio, la nostra capacità d’innovazione, il nostro ruolo di potenza normativa, la protezione dei beni comuni quali le infrastrutture digitali comuni e aperte.

Nessuno di questi quattro cantieri citati può esser messo da parte, a meno di promuovere modelli che non ci corrispondono : non vogliamo un modello di sovranità digitale unicamente securitario, non sarebbe conforme alle nostre democrazie liberali ; non vogliamo neanche un modello d’innovazione senza freni né regole, né un modello unicamente normativo e incapace di adattarsi con flessibilità all’evoluzione delle tecnologie oppure utopistiche e incapaci di assicurare la sua sicurezza.
Ma è sulla dimensione economica e tecnologica di questa sfida per la nostra sovranità numerica che vorrei insistere oggi. Essa è assolutamente fondamentale.
In pochi anni, il flusso d’innovazioni radicali che hanno trasformato il mondo ha ceduto il posto ad alcuni grandi attori globali fortemente monopolistici, che occupano oramai posizioni dominanti dal punto di vista economico e con un potere decisionale senza precedenti. Al punto che è difficile oggi per imprese e amministrazioni europee d’innovare senza far ricorso a fonti condivise, dietro condizioni, dai giganti del settore. Cosi come è difficile – ma non impossibile –ospitare i propri dati senza trovarli localizzati negli Stati Uniti e retti da leggi quali il Cloud Act. E’ difficile vendere libri, prenotare hotel e anche biglietti aerei senza passare per un gigante dell’intermediazione.

Ciò rappresenta per altro un circolo vizioso poiché ogni volta che facciamo uso di risorse di queste imprese, le rinforziamo nella loro posizione dominante dando loro accesso a nuovi dati, che sono i nostri e che poi diventano esclusivamente loro senza che, in genere, ce ne accorgiamo.
In materia di sicurezza o di difesa, l’esigenza di sovranità dell’Europa deve essere la nostra bussola. Gli europei non sono condannati ad essere unicamente consumatori di prodotti e servizi fabbricati altrove. Ciò che è vero nell’economia reale non lo è di meno nell’economia digitale. Dobbiamo pertanto batterci affinché le nostre imprese, i nostri collaboratori, i nostri concittadini possano beneficiare delle condizioni che li permetta d’innovare senza dipendere da tecnologie in mano o controllate da altri. Senza essere legati da condizioni generali d’utilizzo di diritto californiano né dipendere da imprese cinesi o russe i cui modelli nazionali non sono i nostri.
E’ mia convinzione che non ci arriveremo creando d’un sol colpo, come talvolta è stato ipotizzato, non ci arriveremo creando giganti industriali decretati dallo Stato o dagli Stati. Cio’ di cui abbiamo bisogno, credo io, sono politiche industriali di nuovo genere. Diversi paesi europei hanno già lanciato dei “concept” a livello nazionale. Dobbiamo ora passare da questi tentativi locali a un modello globale e coerente.

1) Dobbiamo mettere in atto una vera strategia d’incoraggiamento per le nostre imprese all’innovazione di rottura. Dobbiamo farlo identificando chiaramente quelle delle tecnologie dell’avvenire, comprese le tecnologie di nicchia, che ci daranno domani i mezzi non di essere indipendente, fermi, ripiegati, ma che ci daranno i mezzi per fare le nostre proprie scelte, libere, in un universo aperto e globalizzato. Penso ad esempio alla ricerca sull’informatica quantistica o ad alcuni elementi dell’informatica su nuvola. La posta in gioco non è di moltiplicare le sovvenzioni pubbliche, anche se dobbiamo essere all’altezza dello sforzo di ricerca, ma di organizzare e di incitare i nostri cittadini, i nostri ricercatori, i nostri ingegneri a innovare e preparare la prossima generazione di tecnologie digitali.

2) Dobbiamo quindi posizionarci sulle sfide future, dando fiducia alle nostre imprese, alle nostre imprese europee dando loro i mezzi, l’ambito, le regole necessarie per innovare e finalizzare la creazione di un mercato digitale europeo che possa integrare questa necessità di sovranità europea. Ad esempio grazie e Nokia o Ericsson, l’Europa è uno dei rari attori a disporre di capacità industriali in materia di dispositivi 5G. Questo può rappresentare una risorsa formidabile che permette al nostro continente di avere soluzioni di sicurezza dinanzi ad una sfida industriale di questa portata.

3) Dobbiamo anche nel contempo identificare nuove strategie di dominazione digitale e lavorare, insieme, per trovare le vie e i mezzi per regolarli. Penso soprattutto all’intelligenza artificiale e dei dati di massa, il famoso big data. Non si tratta di soccombere alla “passione normativa” o alla “deriva normativa” dell’Europa – passione più francese che olandese, peraltro – no, qui si tratta di fissare le regole base conformi al suo modello di sovranità digitale e ai valori che esse sottintendono. Abbiamo già saputo farlo con un documento generale . Non c’è motivo per cui non possiamo farlo prolungando questa dinamica.

Ecco, questo programma di costruzione di sovranità digitale è ambizioso. Ne sono ben consapevole. Ma gli europei non hanno mai fatto marcia indietro di fronte alla difficoltà e certamente non i membri fondatori dell’Unione.

“Qualunque cosa bella è difficile quanto rara» «Omnia praeclara tam difficilia quam rara sunt». Scritte secoli fa da uno dei suoi più ammirevoli compatrioti Spinoza, queste parole non hanno perso la loro forza, e credo che ancora oggi essi debbano lasciarci guidare.
Poiché i nostri due paesi hanno molto in comune, interessi, valori, una certa visione del mondo, una grande ambizione per l’Europa, dobbiamo unire le forze e penso di moltiplicare le iniziative congiunte, abbiamo già fatto molto, Ma occorre fare di più per inventare, con i nostri partner, la sovranità europea del XXI secolo, una sovranità fiduciosa, una sovranità aperta, una sovranità fedele ai valori liberali della nostra Europa. Questa è, in poche parole, la convinzione che sono venuto a portare qui oggi.

Grazie per la vostra attenzione.

Ultime modifiche: 17/03/2020

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